PAGINE MALTESI
I PREPARATIVI
Avevamo
sognato a lungo quel viaggio e cercato di pensare a tutto quello
che potesse essere necessario.
Innanzi
tutto: le ragazze. A questo era servita la decisione d’iniziare a
fare corrispondenza, per
diventare amici di penna, con il
maggior numero possibile. L’intenzione era di poterle successivamente
incontrare proprio durante il nostro primo viaggio. Scartate quelle che
scrivevano in inglese e da posti troppo lontani, cominciai a rispondere a delle
ragazze francesi, spagnole e maltesi.
Era
l’inizio dell’ultimo anno del Liceo. Quell’anno, avevamo gli esami di maturità
e saremmo stati interrogati sul programma di tutti e cinque anni. Non volevo
neanche pensarci!
Alfio,
l’amico d’infanzia con cui avevamo deciso di partire dopo gli esami, era in
un’altra classe. Con lui avevamo a lungo chiacchierato di questo progetto
durante le vacanze estive precedenti, quando il solleone si prendeva gioco di
noi ed il principale divertimento consisteva nell’ingaggiare interminabili
partite di pallone o tamburelli nella stradina che costeggiava il suo
condominio. Fortunatamente, era una strada senza sbocco e le uniche automobili
che passavano erano quelle dei condomini che venivano a parcheggiare. La strada
era diventata così il nostro personale campo giochi frequentato dai ragazzi del
condominio e da me, che venivo con l‘autobus a trovarli. Io abitavo nel centro
della città, dove non si poteva più giocare in strada, e appena possibile
venivo a casa di Alfio. Eravamo amici e compagni di scuola fin dalla quarta
elementare e sia i suoi genitori, sia il fratello, più piccolo di qualche anno,
mi consideravano di famiglia.
Avevamo
sempre giocato, da anni, al pallone o a tamburelli in quella stradina con incontri
interminabili che finivano solo per generale sfinimento dei partecipanti, per
le urla dei genitori che ci ricordavano i compiti da fare per l’indomani o
perché si stava facendo tardi ed era l’ora di tornare a casa per la cena. A
quel punto, stanchi, ma soddisfatti, andavamo a bere l’acqua che usciva
lateralmente, a filo, dai lati di una vasca fontana condominiale. Salutavo
tutti, mentre con Alfio continuavamo a chiacchierare fino alla fermata
dell’autobus per tornare a casa.
Avevo
un’altro amico e compagno di classe con cui studiavo quell’ultimo anno; ma, con
lui giocavamo a pallavolo, sport di cui eravamo appassionati.
Quell’estate,
con i ragazzi più grandi avevamo preso l’abitudine di giocare anche qualche
volta a carte a casa di Alfio. Per lo più a briscola o scopone. Durante quelle
partite, si cominciò a parlare del viaggio dopo la maturità. Franco disse
subito che quell’anno sarebbe andato in montagna con i suoi.
Con gli
altri si affrontò il problema del possibile costo del viaggio. Alfio ed io
c’eravamo informati sul fatto che fra il costo del traghetto,
l’ostello/pensione e le spese di mantenimento dovevamo considerare una spesa di
almeno 20.000 lire la settimana, oltre al costo del viaggio. Avevamo risparmiato
per anni sulle paghette mensili erogate dai nostri genitori ed eravamo pronti;
ma, gli altri, a sentire quelle cifre, rabbrividirono. Piero disse di poter
disporre di sole 5.000 lire, oltre le spese di viaggio. Pensate che posso
farcela a stare almeno una settimana? Piero, è inutile prenderti in giro,
risposi, non puoi partire con sole 5.000 lire. Devi chiedere qualcosa ai tuoi.
Siete pazzi? –rispose-quelli non vogliono neanche che io parta da solo. Non se
ne parla nemmeno.
Col
passare del tempo divenne chiaro che a partire saremmo stati in due: io e
Alfio.
Forse era
anche meglio perché ci conoscevamo da sempre e ci consideravamo come fratelli.
Quell’anno
avevamo gli esami di maturità.
Il
Liceo stava veramente finendo e, con questo, un’intera stagione di amicizie,
amori, sentimenti. Una vita passata sempre insieme, nella classe per la maggior
parte della giornata. Poi, di corsa verso casa, per pranzare e quindi i lunghi
pomeriggi di studio passati da soli o insieme a qualche amico, parlando delle compagne
di classe o di come conoscere nuove ragazze.
A volte ci
s’innamorava e improvvisamente si spariva dal gruppo suscitando i commenti
ironici e sanzionatori degli altri. Allora, non pensavi ad altro che di
sentirla al telefono o di cercare di vederla. Eri felice, ma quando l’amore
finiva, il mondo ti crollava addosso e soffrivi come un cane. Poi, il tempo ti
aiutava a riprenderti e, senza sapere come, ti ritrovavi di nuovo vivo.
Adesso non
facevo più atletica, di cui ero stato appassionato. Andavo bene nella corsa
veloce e nel salto in lungo, qualche anno prima, avevo vinto i campionati,
nella categoria fino ai sedici anni, del mio Liceo. Con grande orgoglio avevo
ricevuto la tuta nera e verde, con il nome del Liceo, con cui ero andato ad
allenarmi qualche pomeriggio allo stadio. Poi, i miei genitori non mi avevano
permesso di partecipare ai campionati interstudenteschi ed avevo lasciato
perdere.
Uscivo da
una classica delusione d’amore adolescenziale e, quell’anno, avevo deciso di
pensare solo a studiare, cercare di capire quali erano i miei interessi e quale
attività lavorativa mi sarebbe piaciuta.
Fino a
qualche anno prima, avevo pensato di fare il medico; ma poi, avevo deciso di
lasciar perdere. Gli studi erano troppo lunghi ed io volevo al più presto essere
indipendente ed andare a vivere da solo. Volevo guadagnare e fare a modo mio,
senza che nessuno mi dicesse cosa fare.
Quell’anno
frequentavo con Alfio la GS-FUCI, che s’ispirava all’esperienza milanese di
quella che poi sarebbe diventata Comunione e Liberazione. A quel tempo, ci
stavamo tutti dentro ed ancora non si parlava di politica, ma d’impegno
sociale. Era anche un ambiente dove speravamo di conoscere delle ragazze in
gamba. C’era, in ogni modo, una forte tensione per il cambiamento. Ci sentivamo
stretti in una gabbia organizzata da cui volevamo uscire per vivere la nostra
vita, a modo nostro.Volevamo amare ed essere amati. La cultura beat aveva
invaso i nostri cuori. Ascoltavamo i cantautori impegnati, ma anche i gruppi
rock e non disdegnavamo le semplici canzonette. Cominciavamo a discutere del
senso della nostra vita e della società che ci circondava. Odiavamo
l’ipocrisia, che ci sembrava essere ovunque, e le continue proibizioni. Alcuni
amici avevano deciso di andare a studiare fuori: Due compagni di classe
volevano andare a studiare psicologia a Lovanio, in Belgio. D’altra parte, in
Italia non c’era neanche la Facoltà. Io avrei voluto fare Sociologia e sarei
voluto andare a Trento; ma, i miei si opposero con decisione. Dopo, venni a
conoscenza che la Facoltà di Scienze Politiche, presente anche a Catania, dopo
un biennio propedeutico uguale per tutti, avrebbe istituito degli indirizzi di
studio con specializzazioni diverse, fra cui anche l’indirizzo sociologico.
Decisi che mi sarei iscritto a quella Facoltà, una volta superati gli esami.
Avevamo un gran fervore intellettuale. Leggevamo di tutto e avevamo discussioni
infinite sui massimi sistemi. Quando possibile, andavamo anche alla Biblioteca
Universitaria, per approfondire argomenti di nostro interesse. Io ero
tendenzialmente con una mentalità autoritaria e conservatrice; ma, mi scontrai
a fondo con un mio compagno di classe che, invece, era uno studioso
appassionato dell’esistenzialismo di Sartre e del pensiero socialista. Pian
piano, mi ritrovai a guardare con un occhio più critico un po’ tutto e pormi
tante domande a cui non sapevo rispondere. Quest’inquietudine veniva riportata
anche sugli studi, in famiglia, nella stessa GS cattolica che frequentavo ed
ero sempre meno disposto ad accettare qualunque tesi mi fosse
presentata senza prima metterla completamente in discussione. Nel frattempo,
continuavo a scrivere alle ragazze organizzando il futuro viaggio dell’estate.
Sia Io che Alfio trovammo interesse in due ragazze maltesi simpatiche e disponibili.
Ci diedero tante informazioni su Malta, sulle sue spiagge, sulle cose da vedere
e da fare. Alfio cominciò ad affezionarsi alla sua amica e decidemmo che Malta
poteva essere la metà giusta per quell’estate. Ci dicevano che la vita costava
poco e che forse ci poteva essere la possibilità di essere ospitati presso la
casa di una zia della ragazza di Alfio.
La scuola
continuava ma il mondo studentesco era in subbuglio. Era da qualche tempo che
negli USA i ragazzi dell’università contestavano la società americana, Era
sorto un importante movimento per i diritti civili guidato da Martin Luther
King e un grande movimento pacifista e alternativo di rifiuto della guerra in
Vietnam. Sentivamo parlare del libero amore, mentre, da noi, il sesso era
ancora un argomento di cui si parlava solo in privato e con gli amici più
fidati. I rapporti prematrimoniali erano un peccato, diceva la Chiesa
Cattolica, e le ragazze erano molto sensibili a queste raccomandazioni. A
maggio, in Francia, scoppia la rivolta studentesca. I giornali ne sono pieni ed
il Movimento studentesco arriva anche in Italia, diffuso inconsapevolmente
dalla televisione. Ricordo una trasmissione in cui vennero intervistati i
principali leaders del Movimento Studentesco delle varie sedi universitarie.
C’era Bassetti , c’erano Viale e Bobbio a Torino, c’era mi sembra Boato da
Trento e forse Scalzone e Piperno da Roma. Forse anche Sofri della Normale di
Pisa. Il movimento era ancora circoscritto alle università; ma, dopo qualche
giorno, il Preside del mio Liceo decise di tenere un’assemblea proprio sul tema
della contestazione giovanile, forse con l’obiettivo di prevenire possibili
esplosioni improvvise. Il risultato fu, invece, di diffondere anche fra di noi
l’interesse per quello che stava accadendo. Intervennero esponenti universitari
legati al movimento anarchico e della sinistra e ci furono primi ed inaspettati
episodi di contestazione nei confronti di professori e dello stesso Preside.
Eravamo
ormai arrivati quasi alla fine della scuola ed io decisi di farmi crescere la
barba come segno evidente di adesione alla protesta giovanile. Nel mio
immaginario erano tre gli elementi distintivi del personaggio che volevo
essere: la barba, un’immancabile sciarpa al collo a quadri scozzesi,
l’eskimo.Considerato ch’eravamo alle soglie dell’estate mi accontentai di farmi
crescere la barba rimandando sciarpa ed eskimo all’università.
Non
mi piaceva la barba intera e decisi di farmene crescere una alla Lincoln, senza
baffi, che m’incorniciava il volto.
Fumavo
raramente e la prima esperienza dell’aspirazione del fumo nei polmoni era stata
un disastro. Ero quasi svenuto, nella mia stanzetta piena di fumo, tra la
preoccupazione e la successiva ira dei genitori.
Per darmi
un atteggiamento, avevo scelto di fumare la pipa e ,pertanto, camminavo
completo di armamentario vario di filtri, aggeggi per pulire e pressare il
tabacco ed una pipa molto bella. color marrone scuro a forma ricurva. Da
vecchio marinaio.
Il tempo
degli esami era vicino ed anch’io non potevo mancare all’appuntamento con un
classico di quei tempi: la nottata di studio. Avevo un ammezzato, ai piani
superiori, con una piccola finestrella ed una scaletta di legno che portava
alla terrazza che copriva l’appartamento. La utilizzavamo come ripostiglio e
qualche volta anche come studio di disegno e di pittura. Sia io che mia sorella
eravamo appassionati di pittura, forse per imitare mio padre che, da giovane,
per hobby si divertiva a dipingere. Era abbastanza bravo. Preferiva dipingere
ad acquarello e ad inchiostro di china; ma, la sua opera più bella era, per me,
un piatto bianco su cui aveva dipinto una piccola barca a vela: Era stato
realizzato affumicando il piatto con una candela e realizzando il disegno per
sottrazione del nero fumo. La fiamma della candela aveva leggermente bruciato
una parte del piatto lasciandogli un colore giallastro che ben si accoppiava
con la scena realizzata, simulando il colore di una luna o di un sole al
tramonto. Tutti noi figli avevamo il desiderio di provare ad imitarlo ed ognuno
di noi si divertiva a dipingere. Io avevo scelto di dipingere ad olio su tela:
Mi piacevano moltissimo i colori ed i soggetti dei quadri di Gauguin, Van Gogh
ed altri. Amavo proprio la materialità del colore. Mi piacevano moltissimo le
sfumature del cielo al tramonto ed avevo realizzato un piccolo quadro, che
avevo regalato qualche anno prima ad una ragazza. Raffigurava un cavallo, la
cui sagoma scura ed indistinta si stagliava all’interno di un rosso tramonto.
Quell’ammezzato
era perfetto per la “ nottata” di studio prima degli esami. Misi un tavolo
pieghevole e delle sedie. Chiesi a mia madre di prepararci una frittata di
patate per cena ed invitai due miei compagni di scuola, con cui studiavo in
quel periodo. C’erano anche due brandine pieghevoli in caso di stanchezza
improvvisa ed irrinunciabile. In realtà, provammo all’inizio a studiare ma,
dopo aver assaggiato la frittata, inevitabilmente cominciammo a chiacchierare
dei nostri desideri, delle paure ed emozioni che riempivano il cuore e la
mente. Il tempo passò così inesorabile ed in qualche modo fra qualche piccola
dormita, un po’ di studio e molte discussioni spuntò l’alba. A quel punto
salimmo la scaletta che ci portava in terrazza per ammirare meglio il sorgere
del nuovo giorno ed i nostri pensieri volarono alti ognuno verso il proprio
mondo lontano.
Gli
scritti non mi erano andati bene, specialmente la matematica. Non so perché,
ero tanto convinto di saper svolgere bene il compito da rifiutare ripetutamente
offerte di aiuto da parte dei compagni vicini. Alla fine, invece, mi ritrovai
impelagato in una confusione da cui non seppi più uscire e che poi seppi essere
stata premiata con un voto fra il quattro ed il cinque.
Arrivò
così la data degli orali. Temevo che la mia barba nuova fiammante, in tempi di
contestazione studentesca, mi avrebbe reso la vita più difficile, ma non
m’importava. Non m’importava neanche se non fossi riuscito a superare gli esami
di maturità.
Andasse
come doveva andare! Avevo voglia di cambiare, di andare oltre quell’esperienza e
di lasciarmi tutto alle spalle: delusioni amorose, studi, gli stessi compagni
ed amici della scuola mi stavano stretti. Volevo andare oltre ed essere libero
e quella era una cosa che, pensavo, dipendeva solo da me. Non avrei più
permesso a nessuno di fermare il mio cammino e le mie scelte.
Mi
chiamarono per gli orali. La commissione era schierata: Il presidente era un
uomo anziano, calvo, con gli occhiali e con degli occhi attenti e vivaci.
Accanto a lui stavano gli altri insegnanti della commissione ed i membri
interni. La mia barba lo incuriosì e cominciò a chiedermi perché l’avessi
fatta crescere. Da lì, passammo a parlare di filosofia, poi di storia, italiano
ecc ecc. e devo dire che fu una discussione ampia ed approfondita. Uno scambio
d’idee profondo all’interno del quale venivo interrogato sulle varie materie,
con qualche riferimento anche agli anni precedenti. Quello, infatti, era
l’ultimo anno in cui agli esami di maturità venivano portati i programmi di
tutti e cinque anni. In ultimo, si parlarono e mi fecero presente che vi era
stato un problema nello scritto di matematica. Fui, così, oggetto di una
verifica delle mie conoscenze nella materia. Dopo, mi spiegarono che il
superamento degli esami non era in discussione, ma che l’intoppo in matematica
scritta avrebbe rovinato la media della votazione complessiva. Alla
fine, ebbi comunque la media del sette e fui felice perché, all’epoca, dava la
possibilità della parziale esenzione dalle tasse universitarie.
In quel
periodo, durante gli esami, avevamo familiarizzato con i ragazzi della Quinta
A. In particolare avevo parlato con alcuni di loro della Facoltà di Scienze
Politiche, dove volevo iscrivermi. In generale avevamo anche parlato delle
posizioni progressiste che si stavano affermando nel mondo studentesco. Un
giorno, ci ritrovammo così a discutere del nostro futuro seduti ad un tavolo di
un bar, all’aperto sotto il grattacielo, nella piazzetta antistante, con una
scalinata ai lati di una fontana moderna. Sopra, vi era un piazzale ideato come
area pattinaggio che in realtà era stata utilizzato sempre per improvvisate
partite di calcio fra studenti.
Carlo era
il più quadrato di tutti, Da sempre iscritto alla giovanile del PCI, era
appassionato di storia e desiderava iscriversi a Scienze Politiche perché,
ancora in quell’anno, i maturati del Liceo Scientifico non potevano iscriversi
né a Lettere né a Storia e Filosofia. Era stato recentemente modificato il
percorso di studi di Scienze politiche con un biennio propedeutico
e successivamente degli indirizzi che permettevano a molti noi di trovare lo
sbocco desiderato. In particolare vi erano cinque indirizzi: internazionale,
giuridico, economico, storico e sociologico.
In questo
modo, ognuno di noi avrebbe potuto seguire i propri interessi: Carlo lo storico,
Giovanni il giuridico ed io il sociologico.
Io, Carlo
e Giovanni, assaporando le nostre granite di mandorla, la mia macchiata al
caffè, parlavamo del futuro. L’impegno, gli studi, le ragazze. Io raccontai che
ad agosto avrei fatto il mio primo viaggio. Dove vai? A Malta-risposi-. E che
ci vai a fare?_ - mi chiesero-. Ci aspettano delle ragazze che abbiamo
conosciuto per corrispondenza-risposi-poi, il mare è bello e ci sono spiagge
stupende.
Divertiti,
mi dissero. Nel frattempo vuoi venire ad una festa che dà la mia ragazza?-Mi
chiese Giovanni- Certo che vengo, ti pare che mi faccio pregare?- risposi-
Festeggia
il suo compleanno e ci saranno le sue compagne di classe e la sorella di due
anni più piccola, che è molto carina.- aggiunse Giovanni.- Sarà il 20 luglio e
così dopo parti più contento.
Non
pensare di perdermi di vista fino al 20 luglio!- dissi io- A proposito, mi
dicono che suoni bene la chitarra. E’ difficile imparare?
Ma no!
Dipende da quanto sei tonto!-ammicco Giovanni. Allora, è un problema- risposi
io, ridendo.
Così ci
mettemmo d’accordo ed andai a trovarlo a casa sua per le prime lezioni.Era la
prima volta che vedevo una casa che sembrava una libreria. Tutta la mia
famiglia era formata da accaniti lettori. Casa nostra era piena di libri, ma
pensavo di essere un’eccezione. La casa di Giovanni era ancora più
caratterizzata dalla presenza di libri. Librerie piene fino al tetto e con
molti testi antichi. Mi raccontò che avevano portato a casa loro anche i libri
del nonno, dopo la sua scomparsa. Era anche lui un grande appassionato di
letteratura. Dopo la mia attenzione fu catturata dalla magica chitarra di
Giovanni e dalle sue dita che scorrevano veloci sulle corde. Era una chitarra
ritmica-mi spiegò-adattissima per le canzoni folk e la musica leggera.
Cominciai con il classico giro del Do: do maggiore-la minore—fa maggiore-sol
settima. Con questo puoi accompagnare un sacco di canzoni-mi disse Giovanni- ma
ti devi esercitare ogni giorno e quindi devi comprare una chitarra. Non la
prendere né troppo buona, né troppo scarsa, perché, quando avrai cominciato ad
imparare bene, ti piacerà avere tra le mani una chitarra decente. Una troppo
buona costa molto e sarebbe sprecata con te.
Lo
ringraziai e da quel giorno cominciai ad esercitarmi con la chitarra nuova,
appena comprata, seguendo i suoi consigli. Ci vedevamo ed in seguito m’insegnò
il giro di minore semplice: la minore-re minore-mi settima ed altro ancora.
Così cominciai a strimpellare felice per ore, chiuso nella mia stanzetta, il
ragazzo della via Gluck di Celentano, Sapore di sale, di Gino Paoli, Tous les
garcons et les filles di F.Hardy ed altre ancora. Nel frattempo con Alfio
preparavamo il viaggio con interminabili telefonate. Le ragazze ci avevano
detto che una delle località più belle e frequentate dai giovani era St. Paul’s
Bay. Bisognava ormai rapidamente procedere alla prenotazione dell’alberghetto
dove andare almeno per i primi giorni, per poi vedere sul posto dove era meglio
stare. C’era anche la possibilità dell’ospitalità di una zia di una delle
ragazze; ma, questo si sarebbe visto dopo. La cosa più importante era anche
fare i biglietti di andata e ritorno con la nave che partiva da Siracusa e
,dopo una notte di viaggio, arrivava a Malta, La Valletta.
Ci recammo
così, insieme, in un’agenzia turistica. Prenotammo l’alberghetto a St. Paul’s
Bay per cinque giorni e, con i biglietti del passaggio nave in tasca,
ritornammo trionfanti a casa. Avevamo preso due cuccette, per dormire sulla
nave, nel viaggio di andata; mentre, il ritorno era previsto di giorno ed era
stato sufficiente il solo biglietto.
Scrivemmo
alle ragazze che era tutto a posto e che saremmo partiti il tre di agosto per
rientrare a casa dopo quindici giorni.
Il tempo
passò in fretta e senza che me ne accorgessi arrivò il giorno della festa. Mi
misi una polo, un paio di jeans, i miei mocassini preferiti e mi diresse verso
casa della ragazza di Giovanni.
Andai a
piedi perché non avevo la patente di guida e dopo qualche chilometro arrivai
all’indirizzo della ragazza. A quei tempi, le feste iniziavano presto perché la
maggior parte dei ragazzi e delle ragazze dovevano tornare a casa prima della
mezzanotte, come cenerentola. Molti, come me, poi erano a piedi e bisognava
calcolare anche il tempo per il ritorno che, tuttavia, era più veloce, perché
andavamo quasi sempre di corsa. Insomma, le ragazze andavano via per le undici
massimo, accompagnate dai ragazzi o riprese dagli scocciati genitori, poco
contenti di quell’incombenza serale. Per questo motivo, le feste (rigorosamente
in casa, con il giradischi o meglio il mangiadischi in funzione, grazie ai
dischi portati da tutti i partecipanti e possibilmente, sempre con le luci
centrali della stanza da ballo accese, per permettere alle ispezioni improvvise
dei genitori di concludersi con facilità) iniziavano nel tardo pomeriggio,
verso le diciotto e trenta, diciannove.
Nonostante
queste disposizioni di massima, subito dopo l’ispezione, le luci centrali
venivano sempre spente concedendo alle coppie che ballavano un po’ d’atmosfera.
In effetti, un po’ di ragione, dal loro punto di vista, i genitori potevano
averla. Il ballo, infatti, era una pericolosissima battaglia di sospiri ed
avvicinamenti. Tutte le ragazze ti mettevano una mano sulla spalla per
stabilire le distanze con il tuo corpo durante il ballo; tuttavia, se gli
sguardi, la musica, le parole sussurrate, il respiro più affannoso, i profumi
facevano il miracolo di spostare la mano della ragazza dietro il tuo collo,
l’abbraccio era inevitabile e con esso………….. lo sbocciare di un possibile amore
,suggellato già subito da un primo tenero bacio. In altri casi, si diceva che
c’erano ragazze che ci stavano e l’abbraccio immediato, senza parole e facendo
finta di niente, permetteva un ballo piacevolissimo e molto aderente. D’altra
parte, spesso, cosi come era cominciato, tutto finiva nel completo anonimato ed
ognuno riprendeva a ridere e scherzare con i propri amici e amiche come se
nulla fosse successo.
Suonai
alla porta e mi aprì un sorriso con due occhi grandi, neri e brillanti che mi
invitavano ad entrare
.
- Ciao, io sono la sorella della festeggiata e mi chiamo
Elena e tu chi sei?
- Ciao, mi chiamo Giuseppe
e sono un amico di Giovanni.
- Dai entra la festa è già
iniziata- Così dicendo, mi attirò dentro con il braccio e mi portò nella stanza
dove c’erano già gli altri invitati e dove il giradischi era già in azione.
- Ecco Giovanni –mi disse-
e questa è mia sorella.
- E’ un
piacere conoscerti e ti faccio tanti auguri. –feci io-
Scambiammo due chiacchiere e
poi mi allontanai per dare uno sguardo in giro. Luci rigorosamente accese. Buon
numero di ragazze partecipanti- Sedie a profusione. Musica gradevole con gli
ultimi successi dei gruppi italiani, Mina, Beatles e Tom Jones.
Dopo un po’, mi accorsi che
Elena era libera e così mi avvicinai e la invitai a ballare. Era un lento
piacevole e, tra una nota e l’altra, cominciammo a conoscerci. Lei andava al
Classico ed aveva finito il primo liceo. Aveva sedici anni ed era un fiorellino
bruno. Le raccontai di me, dei miei sogni e desideri e le dissi che presto
sarei partito per Malta insieme con un amico.
Ci vediamo al ritorno e mi racconterai –mi disse – e ci scambiammo i
numeri di telefono. Può darsi anche che ti
scrivo-le dissi – Posso? – Certo, mi farebbe piacere.- rispose Elena-
E così ,non vedevo l‘ora di
partire per poterle scrivere e ritornare al più presto per vederla.
Dopo qualche giorno le valige
erano già pronte e telefonai ad Alfio per fissare l’appuntamento alla stazione
da cui avremmo preso il treno per Siracusa . Da quella città, infatti, partiva
la nave per Malta.
C’eravamo finalmente! Il mio
primo viaggio da solo, senza i miei genitori. Verso l’avventura.
*
*
*
Seconda parte- La tempesta
Ci trovammo alla stazione per prendere il treno per
Siracusa, da cui partiva la nave per Malta. La partenza era prevista per le 11
di sera; ma, bisognava presentarsi all’imbarco entro le 22. Ero stato
accompagnato da mio padre, mentre Alfio era arrivato con il suo ed il fratello
minore. I due genitori si conoscevano di vista e cominciarono a scambiare
qualche impressione su questo viaggio a Malta dei loro figli. Certo che a
vederci, eravamo quanto meno originali. Io ed Alfio avevamo entrambi diciotto
anni e ci presentavamo a quell’appuntamento, io con la barbetta alla Lincoln ed
un’improbabile pipa in bocca; mentre, Alfio, appassionato di cinema e vice
redattore in erba di critica cinematografica di uno dei giornali locali,
camminava con un cappello, simil cowboy in testa, che voleva somigliare a
quello che portava Fellini, durante le riprese dei suoi films. Effettivamente,
guardandoci con l’occhio dei genitori, c’era da preoccuparsi!
Fortunatamente, il senso dell’autocritica non ci sfiorava minimamente ed
ognuno, “convinto” del proprio personaggio, procedeva spedito sul suo cammino
verso il futuro, salvo sorridere, in cuor proprio, del personaggio interpretato
dal compagno d’avventura.
Arrivò il
treno e ci avviamo verso la nostra carrozza, con la valigia al seguito.
Salutammo tutti e ci sistemammo. Quindi, ci affacciamo dal finestrino, in
attesa che il treno partisse.
Effettivamente,
provavo una certa emozione.
Mentre il
treno cominciava a muoversi ed il padre ed il fratello di Alfio sorridevano nel
salutarci, non avrei mai immaginato di vedere mio padre correre dietro la
carrozza, incapace di sopportare il distacco che mi allontanava da lui.
Quell’uomo
forte nel corpo e nello spirito, scevro e severo, mi mostrò in un attimo un
affetto che non avrei mai dimenticato. Quella tenerezza mi fece sentire, per
sempre, ancora più forte ed adulto. Salutandolo, il mio cuore era ormai lontano
e libero.
Ci
guardammo per un attimo con Alfio e scoppiammo a ridere.
Ce
l’avevamo fatta! Eravamo in viaggio!
Il tempo
passò in fretta e presto si delineò la stazione di arrivo. Dalla stazione al
porto, il passo fu breve ed in perfetta puntualità, un quarto alle dieci di
sera, eravamo già davanti alla nave.
Ma la vita
é strana e mai avremmo immaginato la sorpresa che ci attendeva!
Davanti
alla scaletta della nave, eccoli lì, inaspettati ed indefinibili, ci
aspettavano sorridenti i genitori di Alfio insieme al malcapitato fratello
minore che non sapeva dove nascondersi, ma che ci sorrideva malignamente,
immaginando la nostra delusione.
- Che sorpresa! Che
sorpresa! Ci sforzammo di bofonchiare. ( Si può dire bofonchiare o è
anch’esso inopportuno?)
- Quando siamo tornati a
casa, abbiamo parlato con la mamma-rispose il papà di Alfio- e ci siamo resi
conto che in un’ora potevamo essere a Siracusa. Così, ci siamo detti: andiamo a
salutarli.Siete contenti? Sorpresi?
- Certo! Non ce
l’aspettavamo ! –aggiungemmo tra gli sguardi sempre più maligni e divertiti del
“ fratellino” di Alfio- Ci avete fatto una bella sorpresa! – Non immaginate
quanto, pensammo all’unisono-
In ogni
modo, ormai, la sorpresa c’era stata e bisognava pensare all’imbarco. Sbrigammo
le varie incombenze e andammo a vedere dove sistemare i bagagli, vicino alle cuccette
destinateci. C’erano diversi spazi per i bagagli, in relazione ad un
determinato numero di cuccette. Non avremmo mai immaginato che tutte le (credo
centinaia) di cuccette si trovassero nella stiva della nave. Tutti insieme, con
cuccette a castello sparse in ogni angolo della stiva. Dopo aver preso possesso
delle cuccette, andammo ad esplorare la nave. Salimmo due piani di scale ed
arrivammo sul ponte superiore. Quella sera il mare era agitato e la nave,
ancora ormeggiata, ondeggiava maestosamente. Chiedemmo ad un marinaio anziano
se era sempre così e lui ci rassicurò affermando che era solo l’inizio e quella
notte si prevedeva un mare molto mosso nel Canale di Sicilia.
- Per
cominciare ad abituarvi ed evitare il malessere, cercate di stare il più possibile
al centro della nave-ci disse-, all’aria aperta e cercate di mangiare roba
secca, senza bere.
- Cosa ci
consiglia? –chiedemmo
- Va bene
anche un panino col salame-ci rispose- ma bevete il meno possibile.
Forti di
questi consigli, ci riunimmo ai genitori ed al fratello di Alfio per la cena.
Era possibile, infatti, farla sulla nave, prima della partenza, anche con gli
eventuali ospiti.
Sedemmo ad
un tavolo grande, dove stavano già altre persone, e fu l’occasione per
scambiare qualche impressione sullo stato della nave e la situazione
metereologica. Fummo tutti d’accordo che la nave: “ La città di Alessandria”,
era più che altro una bagnarola, scomoda ed essenziale nei servizi. Speriamo
che regga bene questo mare dicemmo. Nel frattempo, eravamo in preda ad un
ondeggiare lento che combinava insieme il rollio ed il beccheggio. Delle
signore ordinarono una minestrina. Per rimanere leggere – dissero – nonostante
le avessimo sconsigliate raccontando le istruzioni del marinaio. Io ed Alfio
chiedemmo dei panini al salame e non bevemmo quasi niente.Dopo qualche minuto,
una delle signore, che avevano mangiato la minestra, chiese il permesso di
allontanarsi in preda al mal di mare. Noi eravamo ancora a posto. Salutammo i
genitori di Alfio ed il fratello, che scesero dalla nave, e ci dirigemmo sul
ponte per prendere aria al centro della nave, come ci aveva consigliato il
marinaio. Ci sedemmo su delle panchine di legno vicino all’albero maestro.
Era
già notte e la nave cominciò a muoversi, allontanandosi dal molo ed entrando in
mare aperto.
C’erano
tante stelle nel cielo; ma, io ne ricordo una che fissavo e che faceva un
movimento circolare seguendo una traiettoria come di una circonferenza.
Cominciava
da un punto in alto, seguendo il movimento della nave, e scendeva circolarmente
giù fino ad oltre il mio punto di equilibrio. Annaspavo nel mio cervello e,
solo dopo le prime volte, accettai questo senso di vuoto oltre l’equilibrio,
che accompagnava quel movimento.Poi, all’interno di questo vuoto, la stella
ricominciava a salire cercando di completare quell’immaginaria circonferenza
nel cielo, restituendomi al mio senso di equilibrio e di controllo; ma, prima
di riuscirci, ricominciava a precipitare all’indietro rituffandomi in
quell’interminabile vuoto.Avanti ed indietro inesorabilmente.Questo era per me
il mal di mare che provai a superare accettando quello strana sensazione,
sempre eguale ed esterna al mio equilibrio.
Anche
Alfio stava abbastanza bene e dopo circa un’ora, essendosi alzato il vento,
provammo a scendere nell’area cuccette.
Tantissima
gente popolava la stiva della nave, attrezzata con le cuccette a castello.
C’insinuammo fra le persone e pian piano raggiungemmo le nostre, sedendovici
sopra. Gli altri occupanti vicini erano già sdraiati. Le luci erano sempre
accese. Il fatto che fossero decentrate, non molto forti ed in qualche modo
coperte dalle strutture metalliche, non disturbava molto gli occhi e permetteva
di riposare. Poteva essere ormai oltre mezzanotte e c’era ancora un certo
brusio, causato da tanti che non dormivano ancora. Si ondeggiava sempre più
forte e la stiva scricchiolava.
C’era un
giovane vicino di cuccetta che ci osservava sorridendo.
- State andando in
vacanza?- Ci chiese- Di dove siete?
Parlava
bene l’italiano ma l’accento era leggermente diverso dal nostro e capimmo che
era straniero.
- Si, andiamo a Malta per
una quindicina di giorni. Ci hanno detto che è molto bella !Tu invece?
- No, io ritorno a casa.
Lavoro in Sicilia. Faccio il muratore ma sono Maltese. Adesso c’è un periodo di
ferma a vado a casa.
Continuammo
a parlare per un po’.Dopo, considerando che il mare si faceva sempre più forte,
decidemmo di tentare di riposare. Eravamo stanchi ed emozionati. La fatica per
la sopportazione del continuo malessere del mare ci aveva sfiancati e ci
addormentammo.
Passò
qualche ora di benedetto riposo; ma dopo, ci svegliammo a causa
dell’oscillazione sempre più forte della nave, che continuava a scricchiolare.
Decidemmo di salire in coperta dove c’era un salone dove sedersi, con il bar
annesso. Anche se a quell’ora era chiuso, avremmo aspettato l’alba per fare
colazione.
La
nave oscillava paurosamente e quando tentammo di salire la scala per andare al
primo livello superiore, dove stavano i bagni, scoprimmo che la cosa non era
tanto semplice. Mentre provavamo a salire dei gradini, subito dopo il movimento
della nave ci costringeva a fermarci, se non a scenderne altri. Bisognava,
pertanto, calcolare il tempo del movimento a favore e salire di corsa più
gradini possibile, fermandosi poi a resistere, durante il movimento contrario.
Salimmo e
provammo a cercare i bagni. Inutile neanche provarne a descrivere lo stato,
visto che, oltre che per le necessità corporali, erano serviti a molti per
liberarsi lo stomaco.
Senza
pensarci troppo, comunque, li utilizzammo lo stesso. Nel mentre, provai a
guardare dall’oblò, ma non riuscii a vedere niente perché la nave, oscillando,
scendeva sotto il livello del mare, che ne copriva l’orizzonte.
Alla fine,
riuscimmo a salire in coperta, facendo un’altra scala, ed entrammo nel salone.
C’erano una decina di persone, noi compresi, tra cui un ufficiale ed un
marinaio dell’equipaggio. Stavano sedute per lo più attorno ad un tavolo lungo.
Sedemmo anche noi. Il mare continuava ad essere agitato e non si aveva voglia
neanche di parlare.
-Stiamo
per lasciare il punto più difficile del Canale di Sicilia ed il mare si
dovrebbe calmare –disse l’ufficiale- Ha raggiunto forza sette, tempesta! Adesso
deve essere forza cinque/sei e con il sorgere dell’alba dovrebbe rasserenarsi.
Le previsioni sono positive! Dovremmo arrivare a La Valletta per le undici.
-Siamo
rimasti in pochi svegli –disse un passeggero- La maggior parte sta male o cerca
di riposare.
Continuammo
così a scambiare qualche parola. Il mare, effettivamente, cominciò a calmarsi e
qualcuno cominciò ad accendere una sigaretta.
Io
tirai fuori la pipa. Quale occasione migliore per un vero lupo di mare!?!
Occasionalmente,
ci trovammo a parlare con quel passeggero di cinema, di cui anche lui era
appassionato. L’argomento cadde su Fellini, considerato uno fra i migliori
registi del nostro tempo, ed Alfio fece notare come portasse in suo onore un
cappello simile a quello utilizzato dal regista.
Parlando e
fumando si fece l’alba: Aprì il bar e mai colazione fu tanto desiderata. Presi
un caffè ed un cornetto che gustai con piacere visto, tra l’altro, che la sera
prima avevo mangiato solo un panino.
Ormai il
giorno era chiaro, il mare si era calmato e ci venne desiderio di uscire
all’aria aperta.Dopo un po’ di tempo, pian piano scorgemmo, in lontananza, i
contorni dell’isola di Malta.
“La
nottata era passata” avrebbe detto Eduardo e stavamo arrivando alla meta.
La
maestosità del porto di Harbour si offriva ai nostri occhi e con esso le varie
navi militari della flotta Nato di cui Malta era una delle basi navali
principali nel Mediterraneo. C’erano probabilmente almeno degli incrociatori,
se non una cannoniera ancorata nel porto, perché era lunghissima ed
armatissima. Del resto non ne capivamo niente e restammo incerti su quello che
avevamo visto. Ci cominciammo a preparare. Ognuno prese la sua valigia e dopo
essere scesi per la scaletta dalla nave e toccato finalmente il suolo maltese,
non vi nascondo che avremmo idealmente baciato per terra, lieti per la fine di quella
traversata.
Terza parte- Primo giorno a Malta
Ad
aspettarci al porto c’erano Maria e Catherine, le nostre due amiche di penna.
Maria era l’amica di Alfio e Catherine la mia. Era molto carina. Non molto alta
e ben proporzionata, con un caschetto di capelli neri ondulati e due occhi di
un azzurro intenso.
Ciao, tu
sei Giuseppe, vero? Certo, sei l’unico con la barba! -Mi disse. E
cominciammo a ridere contenti di essere lì, insieme.
Cominciammo
e ragionare su cosa fare. Allora, dovevamo andare a St.Paul’s Bay per
prendere possesso della stanza e lasciare i bagagli. Poi, nel pomeriggio ci
saremmo visti alla stazione degli autobus, visto che provenivamo tutti da
paesini diversi.
I
piccoli autobus, a Malta, erano il mezzo più comune per muoversi e collegavano
tutte le località dell’isola con corse frequenti e comode. Tutti i paesini più
sperduti erano raggiungibili facilmente. Le ragazze dovevano andare una a
Dingli e l’altra a Zurrieq ed entrambe avevano circa tre quarti d’ora di
viaggio da fare, compresi i tempi morti nelle località di scambio. Forse noi,
invece, in mezz’ora saremmo arrivati. Mentre parlavamo insieme sul da farsi, mi
sento chiamare.
-Giuseppe!
Tu a Malta? Che caspita ci fai qui? – Incredibilmente, davanti a me, appare la
faccia sfacciata e sorridente di Giorgio, uno dei miei due compagni di banco
del Liceo.
Il nostro
banco era a tre posti, occupati alla mia sinistra da Giorgio ed alla mia destra
da Marco.
La nostra
professoressa di Storia e Filosofia dell’ultimo anno, sospirando, aveva esclamato
rivolta a tutta la classe: -Ma come si fa a trovare accanto, nello stesso
banco, due ragazzi che sono l’opposto l’uno dell’altro! - indicando me e
Giorgio- Tanto l’uno è serio e classico nel vestire, quanto l’altro è un
buffone ed uno strascicato. Uno è studioso ed intellettuale, l’altro svogliato
e sportivo.
Ci voleva
bene entrambi, pur così diversi nel comportamento e negli interessi. Giorgio
era un mito sia nel giocare al calcio che con le ragazze ed era stato il primo
della classe a girare con una vespa scassata tra l’invidia e l’ammirazione di
tutti. Ironia della sorte, avevamo avuto una storia con la stessa ragazza al
quarto anno di Liceo. Prima lui e dopo io. Per lui era stata una storia breve,
tra le mille. Per me, invece, era stato un grande amore che alla fine, dopo
l’estate e prima dell’inizio del quinto anno, mi aveva lasciato distrutto.
Ed eccoci
li a Malta!
- Io sono
in vacanza con il mio amico Alfio. Tu che ci fai qui? - gli dissi.
-Sono qui
per l’estate con la mia famiglia-rispose- mio padre è qui, nella base navale
Nato.
In
effetti, il padre di Giorgio era un ufficiale di marina di grado elevato ed
aveva dei comandi importanti in rappresentanza dell’Italia.
-Perché
sei al porto, oggi? –gli chiesi?
. Per
rimorchiare ragazze, all’ingrosso-mi rispose- Vengo con quel pulmino –che m’
indicò con il dito- e le carico per portarle in albergo. Poi facciamo amicizia
ed usciamo insieme.
-Come fai
a caricarle nel pulmino? Che ne sanno chi sei? - gli chiesi
-Le carico
e basta. Dico: servizio trasporto alberghiero gratis. Molte non sono italiane,
comprendono poco quello che dico; ma, in qualche modo, fra qualche parola di
francese e d’inglese capiscono che è gratis e salgono. Poi durante il viaggio
mi presento. Ne carico tante in modo da riempire il pulmino, si sentono sicure
e si divertono. Così facciamo amicizia e funziona.
. Beato
te, che hai questa fantasia! -gli dissi- Oggi ti è andata male. Le ragazze
stanno con noi e ci devi portare tutti alla stazione degli autobus alla
Valletta. Vuoi?
-Certo che
voglio. Salite! – rispose Giorgio
In men che
non si dica, arrivammo così alla stazione degli autobus.
Grazie
Giorgio, sei un grande! gli dissi. seguito in coro dagli altri.
Dai,
passiamo la serata insieme- ci disse lui- Che ne dite? Io porto una ragazza e
andiamo a mangiare qualcosa a Sliema, in qualche locale in riva al mare.
Vediamoci davanti al Cordina e poi decidiamo il da farsi.
Fummo
tutti d’accordo, decidemmo di vederci per le sette di sera davanti al Cordina e
ci salutammo. A quel punto, rimasti soli con le ragazze, ci mettemmo
d’accordo con loro di vederci per le cinque del pomeriggio alla stazione degli
autobus. Aspettammo che i loro bus fossero partiti e quindi prendemmo il nostro
in direzione St.Paul’s Bay.
Arrivammo
in albergo prima di pranzo. Era piccolo ma grazioso, con diverse camere, tra
cui la nostra, con l’ingresso in una galleria che guardava il mare e la costa
prospiciente. La camera era grande e confortevole. Posammo i bagagli, ci
rinfrescammo e decidemmo di andare a trovare qualcosa da mangiare nel
villaggio. Vi erano molti giovani in giro e molte ragazze. Per lo più avevamo
la sensazione che la popolazione fosse composta da turisti maschi e femmine
oltre che a sole ragazze maltesi. In questa località turistica non si vedevano
anziani, famiglie, bambini e pochissimi maschi adulti.
Mentre
addentavamo un hot dog e bevendo una Seven up (tipica gassosa diffusissima) ci
confrontammo sul da farsi nel pomeriggio/sera. Alfio era dell’opinione di
andare insieme all’appuntamento con le ragazze; ma, non aveva nessuna voglia di
continuare poi la serata insieme con il mio compagno di classe Giorgio.
Sicuramente
dovrò accompagnare Maria a Dingli – mi disse Alfio- perché è possibile che sua
zia possa ospitarci, andando momentaneamente a casa dei suoi genitori. Se tutto
va bene, domani ci possiamo trasferire là. Possiamo risparmiare un po’ di soldi
ed io posso stare più vicino a Maria.
-Ma non ti
secca conoscere i suoi genitori? –gli chiesi
- No, mi
ha detto che la lasciano fare, senza immischiarsi nelle sue scelte. Sono anche
anziani e non parlano l’italiano. Poi siamo solo amici di penna in vacanza.
OK –
proviamo-aggiunsi- Se non ci troviamo bene, possiamo sempre andarcene!
Era estate
piena, la giornata era chiara e l’aria tersa. Nel pomeriggio, c’incontrammo con
le ragazze e decidemmo di fare una passeggiata per Kings Way, la strada
principale della Valletta, per cominciare a farcene un’idea. Si camminava con
piacere perché la strada aveva un carattere strettamente pedonale, ad eccezione
delle carrozze tipiche che passavano insieme a qualche mini bus di
servizio pubblico e taxi. Mi stupii nel vedere la strada controllata da coppie
di agenti in divisa che andavano avanti ed indietro. D’altra parte,
l’amministrazione era ancora in mano inglese e se ne coglieva l’impronta.
Parlammo insieme del da farsi e Maria confermò quanto aveva pensato Alfio.
Sarebbe rimasta fino alle diciannove con noi e poi insieme ad Alfio sarebbe
tornata a casa per vedere di organizzare il nostro trasferimento
nell’appartamento della zia. Con Alfio ci saremmo trovati poi in albergo.
Catherine,
invece, poteva rimanere fino alle 20; ma, dopo doveva tornare a casa. Nel
frattempo, si poteva entrare nella Cattedrale di San Giovanni per ammirare le
opere del Caravaggio e poi, se restava tempo, dare uno sguardo al palazzo del
Gran Maestro dei Cavalieri di Malta
Quando
entrammo nella Cattedrale, rimasi letteralmente ammirato dalla bellezza dei
dipinti del soffitto a volta e dall’esempio completo di stile barocco con cui
era stata realizzata. La cattedrale prendeva il nome dal santo dei suoi
patroni, i Cavalieri di San Giovanni. I dipinti del soffitto, i disegni sul
muro di pietra e le scene della vita di San Giovanni, presenti negli altari
laterali, erano opera di Mattia Preti; ma, nulla poteva eguagliare la gioia di
trovare davanti ai propri occhi il capolavoro del Caravaggio “La decollazione
di San Giovanni Battista”.
Restammo
incantati a guardarlo con Catherine e lei mi sorrise. Poi, mentre Alfio e Maria
si attardavano, ci sedemmo in silenzio ad aspettarli sulle sedie di legno, con
lo sguardo perso nella bellezza di quel luogo sacro.
Prima di
lasciarci con Maria ed Alfio, avemmo il tempo di dare uno sguardo all’esterno
del palazzo del Gran Maestro dei Cavalieri di Malta, poi ci avviamo verso il
Cordina, dove avevamo appuntamento con Giorgio.
Durante il
pomeriggio, vi era stato un continuo scambio di sguardi, sorrisi e sfioramenti
delle braccia fra me e Catherine. Eravamo tesi e piacevolmente eccitati da
quell’incontro e dalla nostra reciproca presenza. Le chiesi se era contenta del
fatto che ero venuto a trovarla ed il suo sorriso fu la risposta più
esauriente. Le luci cominciavano ad accendersi. Ci ritrovammo in uno spiazzo,
con un palazzo illuminato alle spalle, mentre il cielo sopra di noi cominciava
a scurire e ci baciammo. Era bella, con quegli occhi blu intenso, luminosi e
pieni di giovane vita.
Ci
trovammo alle sette, come d’accordo con Giorgio, davanti al Cordina. Questo era
uno dei locali storici della valletta-Un caffè ristorante dall’interno
elegante, con lampadari di cristallo e dipinti art nouveau, ampiamente
rimodernato e considerato dai Maltesi uno dei locali più prestigiosi
dell’isola. Giorgio aveva portato con sé una ragazza inglese, che aveva
conosciuto in una delle sue scorribande al porto. Una biondina esile e
graziosa.
Spiegammo
a Giorgio che Catherine doveva essere a casa massimo per le nove di sera e
quindi i programmi per la serata erano cambiati. Avremmo preso insieme qualcosa
lì al Cordina e poi alle otto Catherine avrebbe preso l’autobus per Zurrieq.
Restammo
così insieme e spiegai a Giorgio che sarebbe stato difficile programmare un
nuovo incontro, considerati i vari impegni delle ragazze e nostri. Ad ogni
modo, mi lasciò il numero di telefono per ogni eventualità. Ci salutammo ed
accompagnai Catherine alla piazzetta da cui partivano tutti gli autobus per le
varie località dell’isola.
Eravamo
contenti di essere di nuovo soli! Il tempo passò in fretta e dovette andare via
non senza esserci dato l’appuntamento per l’indomani pomeriggio. Un raggio di
luce nei suoi occhi fu l’ultima cosa che ricordo mentre saliva di corsa
sull’autobus in partenza.
Prima di
tornare in albergo, rimasi un po’ a godermi la sera passeggiando per Kings way.
Arrivai in una piazza, quasi in fondo alla strada, dove c’era un bar con una
miriade di tavoli all’aperto, in cui si poteva consumare qualcosa, ascoltando
musica dal vivo. C’erano sempre dei complessi di giovani o, qualche
volta, dei cantanti con repertorio swing ecc. Era piacevole ascoltare i
successi del momento seduti tranquillamente in un tavolino, per il tempo che
volevi, consumando solamente una Seven up. Ascoltai due, tre canzoni e poi mi
recai a prendere l’autobus per il ritorno.

L’albergo
era sulla costa ed era piacevole incontrare tanti ragazzi e ragazze che
passeggiavano sul lungomare. Entrai e chiesi la chiave, ma mi dissero che era
stata presa da Alfio che mi aspettava in stanza. Passando per la galleria,
vista mare, che conduceva alla mia stanza, rimasi stordito dalla visione di una
splendida bionda che stazionava quasi davanti alla porta della nostra stanza.
Era la porta prima. la nostra vicina di camera. Passando le sorrisi e
sbirciando nella sua stanza vidi che c’era una sua amica che si stava cambiando
per la notte. Di bene in meglio!
Alfio hai
visto le nostre vicine di stanza? - dissi entrando nella mia camera-
No, chi
sono? - mi chiese Alfio.
Due
biondone-risposi- vieni. Così facendo mi affacciai in galleria sorridendo alla
vicina che scoprii parlava esclusivamente l’inglese. Insieme ad Alfio, tentammo
di scambiare qualche parola nell’unica lingua straniera che avevamo studiato a
scuola: il francese; ma, considerati i risultati, fu meglio augurare la buona
notte nell’unica parola conosciuta in inglese: Good night!
Rientrammo
così in stanza, esattamente come le inglesine a fianco.
Alfio mi
raccontò del pomeriggio. Era andato tutto bene e l’indomani stesso potevamo
essere ospitati dalla zia di Maria. Decidemmo così che la mattina avremmo
saldato l’albergo e ci saremmo catapultati a Dingli, dove Maria ci aspettava
per le 11 del mattino.
Come primo
giorno non potevamo lamentarci. La serata era splendida e rimasi un po’ a
fumare la pipa, affacciato nella galleria a guardare il mare. Pensavo a
Catherine, a casa, a quella notte magnifica. Malta, Giorgio che avevo rivisto,
l’Università che mi aspettava al ritorno ed anche Elena. Poi, pian piano, mi
misi a seguire con gli occhi una barca, con una luce che si allontanava, e
pensai alla luce degli occhi di Catherine quando mi sorrideva.
Che notte splendida!
Pagine maltesi-
parte quarta- a casa della zia
Passeggiando per le vie deserte ed illuminate da una luce
calda e diffusa, che evidenziava tutti i palazzi ed ogni angolo di Mdina, non
potei fare a meno di pensare di come la descrivesse pienamente la definizione
di “città silente”. Si alternavano, in un’atmosfera senza tempo, le strette
strade medioevali, che, improvvisamente, si aprivano, mostrando imponenti
palazzi di architettura barocca. Il pensiero, per un momento, mi lasciava
immaginare di poter incontrare una di quelle famiglie nobili, discendenti dai
Normanni o dai grandi feudatari siciliani, che ne fecero, in passato, la
propria residenza. Non c’erano riferimenti evidenti sull’epoca in cui eravamo.
Tutto perfettamente conservato.
Sembra che anche S. Paolo abbia vissuto in questi luoghi.
Quella sera, approfittando del fatto di trovarci a Rabat,
centro di smistamento degli autobus in direzione Dingli, avevamo deciso di dare
uno sguardo a quell’affascinante “città silente”.
Da qualche giorno, ci eravamo trasferiti a casa della zia
di Maria a Dingli con il vantaggio di risparmiare sull’alloggio, ma con il
disagio di una maggiore lontananza da La Valletta e dalle altre borgate più
turistiche limitrofe, come Sliema e St. Julien. Dingli era un paesino molto
piccolo con poca gente e nessuna attrazione turistica, a parte le vicine
scogliere. La casa della zia di Maria era un antico piccolo casolare circondato
da un giardino ed un orto. L’appartamento, che ci ospitava, era al primo ed
unico piano, perché quello di terra era adibito a magazzino attrezzi e
ripostiglio. L’entrata dell’appartamento e le finestre davano su di una
terrazza che rappresentava anche l’unica via d’ingresso. Da un lato della
stessa si poteva raggiungere l’uscita tramite una scala esterna che la
collegava al giardino e, importantissimo, all’unico bagno disponibile, situato
all’interno di un piccolo capanno.
L’appartamento era costituito da un grande stanzone con due
lettini ai lati opposti ed un grande tavolo al centro. Lungo tutte le pareti e
sui mobili e mobiletti vi erano decine e decine d’immagini, quadretti e
statuette a carattere religioso, oltre agli immancabili candelabri e lumini
vari di cera. Sembrava una sagrestia! A parte l’impressione, c’era comunque
spazio a sufficienza e comodità, se non consideriamo il problema gabinetto.
Il giorno dell’arrivo, dopo aver sistemato i bagagli, la
zia e Maria rimasero un po’ con noi per darci il tempo di prendere confidenza
con il posto. Naturalmente, una delle prime informazioni riguardò il bagno e ci
accompagnarono per farci vedere che la chiave d’ingresso stava nella serratura.
Poi, ci rendemmo conto che, all’interno del locale, esisteva solo il gabinetto
ed un piccolo lavandino. Neanche l’ombra del bidè (usanza moderna) e, almeno,
di una doccia. Era proprio un servizio esterno di campagna. Maria notò la
nostra delusione e ci disse che avremmo potuto usare il bagno di casa sua per
poterci fare la doccia, al bisogno.
Il peggio doveva ancora venire! Dopo una mezz’oretta di
chiacchiere, ebbi il bisogno di sperimentare la comodità del bagno. Mi avviai,
scesi la scala e con gratitudine trovai subito che la porta si apriva
agevolmente. La richiusi alle mie spalle e nell’accomodarmi vidi che non ero
solo!
Non ero abituato alla presenza di animali a casa mia ed,
invece, compresi che lì avrei dovuto condividere quel mio momento d’intimità
con la curiosa fissità dello sguardo di un magnifico gatto, appollaiato davanti
a me. Cercai di farlo sloggiare ma quell’amabile quadrupede non ne aveva
alcuna intenzione. Così, considerando l’urgenza, mi rassegnai alla sua curiosa
compagnia.
Superato quell’attimo di smarrimento, precipitai quindi nel
terrore! Non riuscivo a trovare la cassetta dell’acqua dello scarico.
Cercai pulsanti …….. catenelle………. ma non ce
n’erano!?!
Esplorai tutto l’ambiente, cercando un contenitore… un
secchio da riempire con l’acqua del lavandino. Niente!.......
Mentre………, sarà stata la mia impressione, il gatto continuava ad osservarmi
sornione. Alla fine, dovetti cedere. Uscii dal casotto, salii le scale e chiesi
alla zia di Maria di darmi un secchio per l’acqua. La zia fu estremamente
gentile…anche troppo! Scese con me le scale e, nel magazzino sottostante
l’appartamento, trovò un secchio che riempì d’acqua e, prima che potessi
rendermi conto di quello che stava facendo, entrò nel casotto e pulì il
gabinetto, lasciandomi in preda ad una profonda vergogna. Sorridendo, mi disse
che avrebbe lasciato il secchio dentro il casotto in modo che tutto ci fosse
più facile! …………. Certo! Pensai. Sarebbe stato meglio averglielo messo prima.
Abitando ormai nello stesso paesino, avevamo conosciuto i
genitori di Maria, che ci avevano invitato spesso a pranzo: Era la prima volta
che andavamo fuori casa e all’estero e così capimmo subito quanto fosse
eccellente la cucina italiana! La nostra cara e amata pasta non c’era! L’acqua
non era buona: era di un sapore salmastro e forse poco sicura per la salute.
Decidemmo di non berne mai; anche perché, invece, la
gassosa più comune: la “Seven up” era molto buona e dissetante.
Nonostante la buona volontà, il piatto migliore che ci
venne offerto furono delle polpettine, stile cucina inglese. Erano molto
gentili ma era meglio mangiare altrove. Alla Valletta c’erano diversi locali
dove si mangiava sia la cucina italiana che quella inglese. Quando desideravamo
mangiare un buon piatto di tagliatelle al ragù bolognese andavamo al “Bologna”,
cucina italiana e deliziose giovani cameriere. Quando invece, con una modica
spesa, desideravamo un piatto sostanzioso, non si poteva sbagliare. Si andava
al “Britannia”: Il locale era immenso e sotto il livello stradale. Si accedeva
attraverso una scaletta e si mangiava un’ottima bistecca alla Bismark. Non
finirò mai di ringraziare il grande statista tedesco per questa ricetta. Mi
portavano un’enorme bistecca con sopra un uovo fritto e circondata da quattro
contorni: patate fritte, insalata di pomodori, altrettanto di barbabietola
rossa a fette, carote lesse a fettine.
Mi abituai a berci sopra un’ottima birra ed uscivo sorridente
e satollo come non mai!
Ci vedevamo ogni giorno con Catherine; ma alternativamente
la mattina o il pomeriggio e comunque doveva tornare per cena a casa. Dopo
averla accompagnata alla stazione dei bus per Zurrieq passeggiavo per la
Valletta e mi capitava di tornare spesso al bar con i tavolini all’aperto dove
si poteva ascoltare musica dal vivo, mentre si sorseggiava un semplice caffè o
una seven up. A volte uscivamo con Maria ed Alfio, specialmente per andare a
visitare dei siti interessanti dell’isola.
Una mattina, ad esempio, eravamo andati nel borgo di Pawla,
non molto lontano dalla Valletta, per visitare il complesso megalitico di
Tarxien. Era uno spettacolo impressionante. Non avrei mai pensato che, a poche
miglia marine dalla Sicilia, averi potuto vedere templi megalitici, i dolmen,
le incisioni sulle pareti fatte da uomini della preistoria vissuti quasi 3.000
anni prima di Cristo. Eppure, eravamo in mezzo a quella meraviglia. Incise
nelle pareti dei passaggi fra i templi vi erano rappresentate file di animali:
arieti, capre, tori tutti in fila, l’uno dietro l’altro come se fossero in
processione e poi tante decorazioni a spirale. La cosa che mi colpiva era
l’intensità e la bellezza della rappresentazione che ti toccava al di là della
possibile imperfezione del disegno.
Molto superficialmente, quando avevo sentito palare della
preistoria, ero stato sempre portato a pensare a uomini rozzi, quasi
scimmieschi mentre adesso capivo quanto potevo sentirli simili a me. Come
potevo intuire la loro passione nel disegnare quelle figure. La dedizione con
cui avevano voluto rappresentarle e decorare quelle pareti. Decorarle per
rendere più belle e per fare in modo che gli altri che guardavano
riconoscessero in quelle immagini la vita che li circondava.
Un grande bisogno di spiritualità, per riunirsi insieme a
considerare il mistero dell’esistenza e della speranza, così come sempre
abbiamo fatto e continuiamo a fare.
Uomini primitivi…………………………come me.
Quella sera, lasciata Catherine e mangiato qualcosa al
Britannia, mi ritrovai a Rabat una buona mezz’ora prima dell’appuntamento con
Maria ed Alfio, per il ritorno a Dingli. Era già buio e la sera era tersa e
limpida. Non avendo niente da fare, decisi di passare quella mezz’ora facendo
una passeggiatina e m’inoltrai su di una stradina che portava in aperta
campagna. Pian piano le poche luci di Rabat si allontanarono e mi ritrovai nel
buio più completo, con una pioggia di stelle nel cielo rese più evidenti
proprio grazie alla mancanza di altre sorgenti di luce vicine. Vi era un gran
silenzio e mi sentivo solo; ma, il possibile timore fu rimpiazzato presto da
una sensazione di pienezza e quasi d’euforia. Pensavo alla bellezza di quelle
giornate, a Catherine alla gioventù che palpitava forte dentro i nostri cuori,
alla bellezza di quella pioggia di stelle nel cielo e sentivo dentro di
me una sensazione di forza e di libertà. Stetti ancora
qualche minuto a passeggiare sotto la luna e poi tornai indietro ad aspettare
Alfio e Maria.
Pagine Maltesi -Ultima parte
Nei giorni seguenti, cambiammo di nuovo alloggio- La casa
della zia di Maria, pur se accogliente, presentava diverse difficoltà . Le
principali erano quelle legate all’uso del bagno ed, inoltre, la lontananza
dalla Valletta. Nel corso di varie visite a questa città, trovammo un piccolo
alberghetto, ideale per un soddisfacente rapporto qualità prezzo, e decidemmo
di trasferirci. Ora, avevamo a disposizione molti più punti ristoro e potevamo
spostarci in ogni punto dell’isola con facilità. Quasi ogni giorno, ci capitava
di ritrovarci ad ascoltare musica dal vivo , seduti nei tavolini all’aperto,
nella piazza principale, quasi alla fine di King’s way, o di
passeggiare per la stessa via pedonale accompagnando le ragazze ai
relativi autobus. Era sempre particolare notare, in quelle passeggiate ,come il
massimo dell’eleganza per molti maltesi fosse accoppiare un camicia
bianca con cravatta nera su dei pantaloni altrettanto neri come le scarpe
lucide ed appuntite.
Stavamo bene insieme io e Catherine. Era un rapporto
sereno e divertente . Senza pretese, forse, ma pieno di vita. Rimasi, quindi,
dispiaciuto, ma senza farne un dramma, quando mi spiegò che sarebbe
partita fra pochi giorni insieme ai genitori per andare a trovare la sorella,
che si trovava in Gran Bretagna per motivi di lavoro.
Decidemmo di fare qualche cosa di bello per salutarci e
Catherine propose una gita in battello all’isoletta di Comino, nella parte nord
di Malta. Il battello salpava da St. Julien. Arrivava in ca.
mezz’ora a Comino, dove sostava sino a dopo pranzo, per consentire
una giornata balneare nelle splendide spiagge ed insenature
dell’isoletta, e poi si ritornava nel pomeriggio.
Ci ritrovammo così, l’indomani, nell’isola di Comino,
dove si trovano forse le più belle spiagge di Malta. Le sfumature del
colore azzurro del mare andavano dal celeste al turchese. Non avevo mai visto
niente del genere. Eravamo nella Blue Lagoon , un posto incantevole. Una specie
di canale naturale fra Comino e Cominotto, un isolotto più piccolo e completamente
disabitato posto ad una breve distanza di fronte all’isola. La spiaggia
era prevalentemente rocciosa con scogli e con un breve tratto di spiaggia
.
L’acqua era stupenda. Trasparente, limpida e di
un colore celeste intenso.
Ci lasciammo scivolare dentro le onde in un bagno
ristoratore nuotando dolcemente mentre i raggi del sole
scendevano anch’essi in mezzo a noi circondandoci in un tripudio di
riflessi dorati . Eravamo degli Dei in un paradiso!.
Così ,qualche giorno dopo, ricordavo quei momenti vissuti
con Catherine nella Blue Lagoon, mentre già la nave solcava implacabile il mare
verso casa. C’eravamo salutati con un sorriso e con la promessa di scriverci e
rivederci la prossima estate.
Forse! Eravamo troppo giovani e troppo felici per
quei giorni passati insieme per rattristarli oltre il normale dispiacere di un
gioco finito troppo presto.
Ma già nuovi pensieri ed avventure erano all’orizzonte:
l’Università, il racconto delle vacanze agli amici rimasti a casa, telefonare
ad Elena.
Le altre volte che ero stato in viaggio , ad un certo
punto, tornava inevitabilmente la nostalgia di casa. Desideravo gli angoli
della mia stanza, le mie abitudini , i miei libri, le compagnie e la vita di
ogni giorno.
Quella volta era diverso. Sarei potuto stare lì per sempre.
Non avevo nessuna nostalgia del ritorno ed anzi, quando pensavo alla mia casa,
mi veniva di andare con il pensiero a quella che mi sarei potuta costruire
ovunque fossi andato. Chiesi ad Alfio se anche lui avesse una sensazione simile
e ci ritrovammo a pensare che, dopo tutto , avremmo potuto vivere
benissimo a Malta
La nave continuava la sua rotta e si cominciava ad
intravedere Porto Palo e la punta di Capo Passero.
Eravamo delle persone diverse rispetto a quando
eravamo partiti .Ormai eravamo degli adulti ed il pensiero del ritorno a casa
non era per niente entusiasmante .
Volevamo essere liberi e disporre del nostro tempo.
Vivere la nostra vita a modo nostro e da quel momento sarebbe stato
così