martedì 22 marzo 2022

BELFAST

 



Sarebbe stata una visione forte e toccante  anche se non fosse stata ulteriormente ingigantita dai sentimenti di rifiuto della sofferenza e della violenza che ogni giorno agitano il nostro cuore e la nostra mente a causa della presenza della guerra in Ucraina .

Non c’è futuro per ognuno di noi quando la violenza prende il posto del dialogo fra persone  che si trovano a vedere e vivere diversamente  per milioni di motivi possibili. La scelta di uccidere, ma anche semplicemente di usare violenza,  è inaccettabile.

 Là nelle strade di Belfast, dove ci conducono le immagini del film, osserviamo l’incredibile contrasto fra una realtà armonica e comunitaria , forse povera ma capace di dialogo e assistenza reciproca, e   l’insofferenza  e la violenza  verso l’ altro solo perché professa una visione religiosa diversa . L’incredibile paradosso è poi che entrambe le parti che si combattono sono due parti religiose credenti in un modo diverso nello stesso messaggio : quello di Cristo che inorridisce al solo vedere usata la sua passione ed il suo sacrificio  in questo modo. La stessa scena in cui un prete  ,nel corso della sua predica,  indica le due strade possibili di scelta religiosa , condannando quella sbagliata, è di una violenza insopportabile.

Come stiamo capendo, guardando  gli ucraini che scappano dalle loro case semidistrutte, i bambini sofferenti , gli uomini alle armi che muoiono  , le donne che piangono i loro cari, la guerra o la violenza sociale comunque si esprima, non lascia indenne nessuno e colpisce la vita quotidiana delle persone, di tutti , dei parenti, dei vicini , dei conoscenti degli sconosciuti. Essa è vicina come non avremmo mai creduto e ci cambia la vita come non avremmo mai pensato.

Il piccolo Buddy lascerà il suo piccolo amore promettendole che tornerà  e la nonna lo lascerà partire pur sapendo che resterà sola  in quella Belfast che tutti amano, chi parte e chi resta e a cui è dedicato il bel film di Kennet Branagh .

Personalmente aggiungerei che non è solo dedicato a chi parte e a chi resta ma anche a chi lo guarda .

La storia raccontata da Branagh scava  nei suoi ricordi d’infanzia e ci riporta nella  Belfast del 1969 devastata dal conflitto nordirlandese, utilizzando  i toni del bianco e nero  quasi per dare alle immagini  un aspetto di storicità . Bella la caratterizzazione dei vari personaggi del gruppo familiare di Buddy che, pur coinvolti in quella difficile situazione, mantengono sempre un atteggiamento  personale positivo verso la vita pieno di coraggio , di fierezza ed anche della capacità di gioire ed amare.

Bravi tutti gli attori fra cui mi piace segnalare  il piccolo Jude Hill ( Buddy),  Caitriona Balfe( madre) Judy Dench( la nonna) e Claran Hinds (il nonno).

Il film ha ottenuto ben sette candidature agli Oscar 2022 e precisamente  per il miglior film, per il miglior regista a Kenneth Branagh, per il miglior attore non protagonista  a Claran Hinds, per la migliore attrice non protagonista a Judi Dench, per la migliore sceneggiatura originale a Kenneth Branagh, per il miglior sonoro a Denise Yarde, Simon Chase, James Mather e Niv Adiri e  per la migliore canzone a Van Morrison per “ Down to Joy”.

 


 

 

 

 


sabato 19 febbraio 2022

DRIVE MY CAR

 


Il film costituisce l’adattamento cinematografico del racconto omonimo di Haruki Murakami, contenuto nella raccolta  di sette racconti “Uomini senza donne “ (2014) . Le storie hanno un unico filo conduttore: l'amore (spesso non ricambiato) che provano gli uomini verso delle donne e senza le quali si sentono perduti.

Diretto da Ryusuke Hamaguchi , che ne ha curato anche la sceneggiatura  insieme  a Takamasa Oe, il racconto ci mostra l’importanza dell’incontro fra la solitudine dei protagonisti, frutto di un passato complesso e doloroso.

Quando, attraverso la reciproca conoscenza, essi inizieranno un viaggio nel proprio passato,  accettando di mettersi  in gioco e rivivendo i momenti dolorosi ed i sensi di colpa che li hanno segnati profondamente,   impareranno a conoscere meglio se stessi  e porranno le basi per il superamento del proprio isolamento.

L’automobile di Kafuku, guidata dalla giovane Misaki Watari, diventa il luogo magico in cui gradatamente tutto questo  comincia a realizzarsi: con gli  sguardi furtivi fra i due , con il registratore  che legge dei brani dello “ Zio Vanja “ di Checov  che Kafuku deve portare in scena, con lo scambio dei ricordi e delle riflessioni che costruirà un rapporto inatteso e profondo.

Sono spesso i silenzi, pieni di significato, fra i protagonisti a segnare la storia e guidare l’attenzione dello spettatore.

La visione del film è interessante anche per  la sua ambientazione nella società giapponese e ci mostra come l’impetuosità dei sentimenti   sia vissuta dai personaggi in maniera  esternamente controllata e con l’assunzione di comportamenti il più  possibile formalmente corretti e quasi asettici. Tutto questo senza poter evitare l’esplosione improvvisa della violenza o della passione.

Molto  valida l’interpretazione degli attori principali fra cui segnaliamo  Hidetoshi Nishijima nel ruolo del protagonista  Yusuke Kafuku , Reika Kirishima in quello della moglie Oto, Toko Miura in quello di Misaki Watari , la guidatrice della Car di Kafuku e Masaki Okada  in quello di  Kōji Takatsuki, il giovane attore  che innescherà con alcune rivelazioni sul significato di un racconto  scritto dalla moglie  Oto di Kafuku , il suo percorso d’introspezione.

Il film “ Drive my car” (2021) è stato presentato in concorso al 74° Festival di Cannes  dove ha vinto “Le Prix du scénario” assegnato per la migliore sceneggiatura. Successivamente  ha ottenuto il Golden Globe 2022 per il miglior film in lingua straniera  ed è attualmente candidato agli Oscar 2022 per il miglior film, per il miglior regista  , la migliore sceneggiatura non originale e per il miglior film internazionale.


 


giovedì 10 febbraio 2022

UN EROE


 

Dopo la parentesi spagnola  di “ Tutti lo sanno”  Asghar Farhādi  torna  a parlarci degli aspetti della società iraniana nel suo nuovo film  “ Un eroe”, presentato in concorso al  74° Festival di Cannes dove ha vinto il    Grand Prix Speciale della Giuria.

Il protagonista Rahim Soltani ( ben interpretato da Amir Jadidi)  vive in questa storia un’incredibile altalena di stati d’animo e soprattutto di valutazione della sua persona da parte della gente che lo circonda e dell’opinione pubblica , in base alle informazioni che riceve  grazie alla diffusione virale delle notizie sui “social” la cui importanza è aumentata anche nella società iraniana.

 La stessa viene acutamente descritta da Farhadi  come percorsa da una continua contraddizione fra una forte tensione morale  verso i comportamenti virtuosi delle persone ed  una sostanziale incapacità a cogliere la reale comprensione degli stessi nel vissuto personale  al di là delle apparenze, delle dicerie  e delle facili sentenze  elaborate dall’universo digitale dei social.

D’altra parte, tutte le nostre società  ormai evidenziano una forma di dipendenza dalle idee , impressioni e convinzioni che circolano, nel bene e nel male, sul web  e che danno origine a comportamenti   e convinzioni sia sociali che politiche che spesso non riescono a distinguere le informazioni valide dalle  fake news o dalla propaganda occulta .

Il film ci mostra come tutto questo abbia delle conseguenze sulla vita reale delle persone,  oggetto di questa forte attenzione digitale,  sia esaltandole che improvvisamente distruggendole.

Rahim Soltani  è finito in carcere  per non avere  onorato un debito contratto con l’ex cognato Braham  ed in un giorno di permesso,  con  la sua nuova compagna  Farkhondeh, cerca di vendere  ad un compro oro delle monete che la stessa aveva trovato all’interno di una borsa  persa  da qualcuno. Con il ricavato sperava di poter ripagare una parte del debito ed ottenere da Braham il ritiro della denuncia per cui era stato incarcerato. La riluttanza dell’ex cognato  ad accettare la sua proposta lo portano, tuttavia, a riflettere sulle sue azioni e fargli  decidere di restituire le monete  a chi le aveva perse.

 Il direttore del carcere viene a conoscenza  della storia  e ritiene che questa scelta etica di Rahim meriti di essere raccontata in televisione come esempio di redenzione . Rahim, seppur titubante, accetta, trasformandosi presto in una celebrità.

Da quel momento  scatta l’incedibile altalena di avvenimenti  che l’informazione  e la diffusione delle notizie e dei commenti sul web producono sulla vita di Rahim, portandolo da un lato a cercare di utilizzare ogni volta le opportunità che gli si presentano per cercare di migliorare la sua posizione personale, ma dall’altro a decidere di privilegiare un percorso  etico delle sue scelte anche se questo può non essere riconosciuto e valutato positivamente.

L’eroe, in precedenza acclamato, può alla fine essere abbattuto all’interno del mondo della comunicazione  e del web, che di fatto condizionano anche le scelte istituzionali e l’opinione pubblica,  ma può essere invece paradossalmente ancora più apprezzato dalle persone che gli stanno vicine  e accrescere il proprio percorso di valore e di autostima.

Scegliere quello che si ritiene sia il bene aiuta  anche  ad incontrare  se stessi.

Amir Jadidi riesce a dare a Rahim Soltani un volto sensibile e fiducioso negli altri   dando una forte  credibilità al suo personaggio.

Rimarcando ancora la bravura di tutti gli altri attori , desidererei  sottolineare quella del bambino che interpreta il ruolo del figlio di Rahim

domenica 23 gennaio 2022

La scelta di Anne - L'Événement

 


Anne Duchesne è una giovane studentessa di modeste condizioni sociali ma di una brillante capacità intellettuale, che la porta ad avere un buon successo negli studi e l’apprezzamento degli insegnanti.

Siamo in Francia nel 1963. I modelli di comportamento dei giovani cominciano ad essere più liberi anche se, formalmente, si mantengono delle regole più rigide.

Anne, improvvisamente, si trova a misurarsi con un problema più grande di lei: una gravidanza indesiderata  che sconvolge i suoi piani di vita, dal completamento degli studi, alla sua realizzazione nel mondo del lavoro. Anne non rifiuta la maternità ma non l’accetta in quel momento della sua vita: si sente travolta da un destino che non ha scelto e di cui non si sente in grado di sopportare le conseguenze. Per un momento, quello che succede nel suo corpo è qualcosa che sente come estraneo  e di cui vorrebbe liberarsi,  pur sapendo che l’aborto, in Francia, è un atto illegale.

Quale sarà la scelta di Anne?

E’ questa la questione trattata dal film “L’événement”( La scelta di Anne) diretto da Audrey Diwan che costituisce l’adattamento cinematografico del romanzo autobiografico “L'evento” (2000) di Annie Ernaux

Partendo da un giornale intimo tenuto nel 1963, per Ernaux  raccontare la sua esperienza è una questione necessaria per riportare alla luce  quella che è stata ed, in qualche caso, ancora è una ferita collettiva : quella di una ragazza che cerca disperatamente di abortire  in un mondo che non le riconosce questo diritto.

“Se non andassi fino in fondo a riferire questa esperienza contribuirei ad oscurare la realtà delle donne schierandomi dalla parte della dominazione maschile del mondo”. Ed ancora : “Che la clandestinità di chi ha vissuto quest’esperienza dell’aborto appartenga al passato non mi sembra un motivo valido per lasciarla sepolta, scrive Ernaux, Tanto più che il paradosso di una legge giusta è quello di obbligare a tacere le vittime di un tempo con la scusa che “le cose sono cambiate”.

Nel libro e nel film il tema che ci viene sottoposto è l’espressa richiesta delle donne di poter disporre liberamente del proprio corpo,  anche  in presenza di una gravidanza, ricordando come spesso questo rimaneva comunque problematico  sia quando l’aborto era dichiarato illegale, sia anche quando era consentito, ma reso difficile a causa della grande presenza di medici obiettori.

Quello che si vuole evidenziare è la mentalità, presente specialmente nel mondo maschile, per cui tutto quello che concerne la gravidanza, dal concepimento al parto, è una questione ed una responsabilità che ricade interamente sul corpo delle donne,  ma su cui le stesse non devono essere ascoltate.

Personalmente direi: non devono essere ascoltate con diritto esclusivo di priorità se per un momento ammettiamo che la generazione della vita non è un problema individuale ma una questione sociale primaria. Quando nasce e si legittima il diritto ala vita? C’è un ‘età dopo la quale si acquisisce e una dopo cui paradossalmente può perdersi? Esiste pertanto una separazione del diritto del soggetto che sta nascendo da quello del corpo che lo ospita fino alla sua nascita? E dell’altro corpo che col suo seme ne ha permesso il concepimento?

Quello che rimane intollerabile è che la responsabilità ricada sempre e comunque sulla sola donna  e sulla sua vita . La donna invece dovrebbe essere sempre e comunque aiutata  per non dovere rinunciare a nulla delle proprie aspirazioni e desideri. Alla stessa maniera anche l’uomo non dovrebbe potersi disinteressare  della vita che ha contribuito a creare. Dovrebbe esserci una precisa responsabilità da dover assumere  in ogni caso. Il film ha il pregio di porre una questione che a mio parere è lontana dall’essere risolta e su cui  giustamente va richiamata la nostra attenzione.

Quello che mi auguro è che nessuno debba rimpiangere un giorno di non aver portato avanti quella meravigliosa occasione di vita che aveva avuto per un attimo accanto a se.

Anne  si muove all’interno di questa storia con il bel volto della giovane attrice Anamaria Vartolomei che le dona la sua grazia ma anche un’intensa partecipazione al ruolo.

“L’événement” ha vinto il Leone d'oro per il miglior film alla 78ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.

 

 

 

 

 

 

 

 


venerdì 7 gennaio 2022

E noi come stronzi rimanemmo a guardare

 



Pierfrancesco Diliberto, in arte PIF,  ci regala,  con il suo ultimo film ,una riflessione importante su quelli che sono le possibili conseguenze sul nostro futuro dell'attuale rivoluzione digitale. Questa rappresenta sicuramente una grande opportunità  ma contemporaneamente , come è sempre accaduto nella storia umana, il suo possibile cattivo utilizzo, una gestione autoritaria  ed egoistica a vantaggio di pochi, può rappresentare un grave problema che diventa sempre  più importante e globale  in relazione all'importanza dello sviluppo tecnologico.

L'utilizzo di un algoritmo per ottimizzare l'efficienza lavorativa nella sua azienda,  introdotto dal protagonista  Arturo ( un ottimo Fabio De Luigi), comporterà proprio il suo licenziamento  e successivamente, a causa di un test sull'affinità di coppia, verrà abbandonato dalla sua compagna Lisa ( Valeria Solarino).

Ecco, già nella prima fase del film Pif, provocatoriamente, ci mostra come  la nostra subordinazione psicologica e pratica  al digitale può farci restare soli e senza lavoro. 

Arturo ha  cinquant'anni  e a questa età la capacità dell'attuale mercato del lavoro di offrire una decente opportunità di reinserimento è molto discutibile; pertanto, Arturo non trova di meglio che lavorare come  rider della multinazionale Fuuber con condizioni di lavoro  pesanti e mal retribuito. Immediatamente, il pensiero va alla denuncia  di questa condizione, sempre più diffusa nel mondo della distribuzione commerciale odierna,  contenuta nel film di Ken Loach: " Sorry, we missed you" .

Le multinazionali del digitale  stanno decisamente conquistando il mondo della distribuzione , della comunicazione, e progressivamente delle relazioni  e dello spettacolo, per non parlare anche del serio tentativo d'indirizzare in modo significativo i comportamenti  commerciali, emozionali , sociali e politici .  

Dopo averci mostrato le difficoltà della vita economica del suo protagonista,  Pif ci racconta di come , successivamente,  egli  potrà essere condizionato nel suo campo affettivo. Rimasto solo dopo l'esito negativo del test sull'affinità con la sua compagna , Arturo accetta di entrare nel programma creato dalla Fuuber stessa per abbinare le persone a personaggi virtuali presenti come ologrammi. La storia prosegue  raccontandoci della lotta di Arturo e della sua nuova compagna reale Stella  (una splendida Ilenia Pastorelli) per riconquistare la propria libertà personale .

Quale sarà il suo esito  ? 

Non lo sappiamo, ma risulta inquietante  la riflessione del giovane  fondatore dell'immaginaria multinazionale Fuuber ( interpretato da Eamon Farren),  in una scena che lo ritrae nella sua stanza all'interno del suo grattacielo di Mumbai.

Guardandoci fisso negli occhi  e parlando di Arturo e della sua nuova compagna ,   ci dice: "Mi fanno quasi tenerezza : pensano di essersi liberati di noi ma in realtà noi conosciamo il loro passato, il loro presente ed il loro futuro . Quello che desiderano e quello di cui hanno bisogno. Chi ci ha dato queste informazioni?- chiede ancora, e risponde: Voi stessi . Abbiamo chiesto il permesso di accedere ai vostri dati e ce lo avete concesso . Grazie alla gestione di queste informazioni, siamo diventati miliardari .Pensate che siamo disposti a fermarci?".

Il film è stato prodotto da Sky Italia  e  presentato alla Festa del Cinema di Roma 2021. La distribuzione  è  avvenuta sui canali Sky Cinema  a partire dal novembre 2021.

Pierfrancesco Diliberto è anche autore del soggetto e della sceneggiatura insieme a Michele Astori.


giovedì 16 dicembre 2021

È stata la mano di Dio

 


“Napule è mille culure” canta Pino Daniele nei titoli di coda dell’ultimo film di Paolo Sorrentino “ E’ stata la mano di Dio”. “Napule” è nel cuore di Sorrentino, nonostante nelle ultime scene il protagonista “Fabietto “ la lasci per andare a Roma a costruire il suo futuro di regista cinematografico, e le prime immagini che ci regala sono proprio di Napoli, del suo splendido mare e del Vesuvio in una serena giornata luminosa di sole. 

Sorrentino, in questo film,  ha il coraggio di raccontarci della sua età giovanile, della sua famiglia, delle persone che le vivevano attorno. Quella vita del giovane Fabietto, piena di belle certezze, improvvisamente messa in discussione da quello che è il principale elemento di discontinuità e di contraddizione della nostra vita: la morte. Solamente quando veniamo colpiti direttamente da questa esperienza, quando questa colpisce i nostri cari ,come nel suo caso dei suoi genitori, scopriamo improvvisamente  la complessità di quella realtà che credevamo semplice. La morte, che a prima vista contraddice la vita, ne è in realtà una parte essenziale .

Allo stesso modo Fabietto , distrutto dal dolore , comincia a capire che quello stesso dolore non potrà essere negato, ma farà per sempre parte della sua esistenza . Comincerà a comprendere che ogni aspetto della realtà che conosce non è così lineare e semplice come credeva , ma estremamente contraddittorio e complesso . Solo un puro caso , anzi la mano di Dio  o meglio  la sua passione per il gioco di Maradona nella squadra del Napoli lo hanno salvato dalla morte insieme ai suoi genitori.

A partire da quel momento , rimasto solo, Fabietto, dovrà imparare ad andare avanti. Comincerà così a confrontarsi  con chi gli è più vicino. Cercherà di capire meglio le persone della sua famiglia e gli amici che la circondano per cercare conforto e comprendere come andare avanti.

Comincerà in questo modo a vederli per quello che sono, con i loro limiti e contraddizioni.

L’universo di Fabietto ( Paolo Sorrentino) in quel triste momento  si delinea nei suoi ricordi e diventa il centro della sua rappresentazione cinematografica . Se, ad esempio , nella prima parte  I suoi genitori erano visti come divertenti e innamorati ,successivamente  la sorella gli rivelerà la relazione del padre con una collega d’ufficio e la presenza di un figlio illegittimo. Quella stessa sorella che, dopo la morte dei genitori,  apparirà per la prima volta nel film con  le sue sembianze mentre prima era stata descritta sempre chiusa in bagno a curare il proprio corpo. Il fratello Mario, che desiderava fare l’attore e aveva tentato di fare un provino per un film di Fellini,  viene adesso visto  come chiuso nella sua provvisorietà  priva di perseveranza e determinazione. 

Fabietto nella sua solitudine scoprirà l’aiuto di un amico occasionale che . nonostante faccia parte del mondo della delinquenza di Napoli , gli sarà vicino e gli farà scoprire la bellezza del mare e delle isole attorno a Napoli. Il mondo delle donne e del sesso  scorrono nel cuore di Fabietto con l’affetto per la zia Patrizia, considerata  da tutti una pazza  per i suoi comportamenti liberi e poco conformi alla morale, la giovane attrice Julia  e l’anziana baronessa Focale.  Sarà con l’anziana baronessa che Fabietto avrà il suo primo rapporto sessuale  e ne sarà contento, nonostante la grande differenza d’età.

In ultimo, Sorrentino ci parla di come cresceva nel suo cuore la passione per l'arte ed il cinema  che permettono di superare una realtà “scadente”, come dice il grande regista Fellini, ma ,mantenendo dentro di se dolore e contraddizioni e dicendo qualcosa ,come gli ricorda in una scena  il regista  napoletano Capuano di cui Fabietto ha grande stima.  

 Non a caso in conferenza stampa Sorrentino ha dichiarato: “Non si deve abdicare mai a un’idea di futuro, anche differente a quella che si aveva. Quando si è adolescenti uno può non vedere un domani diverso. Questo film invece vuole dire che il futuro c’è sempre. Anche se è invisibile“.

“È stata la mano di Dio” è stato presentato in concorso alla 78ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, dove ha vinto il Leone d'argento - Gran premio della giuria. Il giovane protagonista Filippo Scotti, alla sua prima esperienza Cinematografica, ha ricevuto il premio Marcello Mastroianni. Il film è stato selezionato per rappresentare l'Italia agli Oscar 2022 nella sezione del miglior film internazionale. 

Sorrentino si è avvalso per la realizzazione di questo film di un ottimo cast di attori fra cui ricordiamo : Filippo Scotti( Fabietto Schisa), Toni Servillo( Saverio Schisa) Teresa Saponangelo( Maria Schisa) Luisa Ranieri( Patrizia) Betti Pedrazzi( Baronessa Focale) Massimiliano Gallo( Franco), Renato Carpentieri( Alfredo)Cristiana Dell'Anna( Sorella di Armando) Monica Nappo( Silvana),Enzo Decaro( San Gennaro).


mercoledì 8 dicembre 2021

CRY MACHO - Ritorno a casa

 



L’ultimo film di Clint Eastwood si basa sulla sceneggiatura intitolata “Macho” scritta agli inizi degli anni settanta da N. Richard Nash. Lo stesso la sottopose  alla  20th Century Fox  che tuttavia la rifiutò due volte. A quel punto Nash trasformò la sceneggiatura in un romanzo dal titolo Cry Macho che pubblicò nel corso del 1975 ricevendo delle critiche positive ed insistette fino alla sua morte , avvenuta  nel  2000 ,  per la sua realizzazione  senza tuttavia riuscire a concretizzarla. Negli anni successivi molti artisti si dimostrarono interessati al ruolo di protagonista della storia  ma bisognerà arrivare all’ottobre 2020  per l’annuncio di Clint Eastwood come regista, protagonista e produttore del film per la Warner Bros sulla  base della sceneggiatura originale di Nash, rivisitata da Nick Schenk.

La storia vede Clint Eastwood  nei panni di un anziano cowboy , allenatore di cavalli ed ex star di rodeo , che  essendo stato aiutato economicamente nei momenti difficili della sua vita , in particolar modo dopo la morte della moglie e del figlio a seguito di un incidente automobilistico, dal suo  capo e amico  Howard Polk,

decide di ricambiarlo aiutandolo a riportare in Texas  dal Messico  il figlio “ Rafo”. Questi vive  con la madre alcolizzata da cui Polk si è separato molti anni prima  e sembra essere  vittima di abusi e violenza.

“Mike “Milo ( Eastwood) decide pertanto di partire per il Messico e ,trovato “ Rafo”, lo convince a seguirlo nel Texas per ricongiungersi col padre. Ha inizio così la vera storia del film in cui attraverso la narrazione degli avvenimenti succeduti nel corso del viaggio di ritorno e l’analisi del rapporto fra il vecchio ed il nuovo potenziale cowboy si ha modo di riflettere sulla mentalità, sui valori e sulle loro scelte di vita .

Il mito dell’essere “ macho” che è stato la bandiera del vecchio “ Mike” e l’obiettivo  del giovane “ Rafo”  non viene distrutto ma ridimensionato ed in qualche modo s’impara a tener conto che la vita con le sue incertezze e delusioni  risulta più contradditoria che lineare e spesso  dobbiamo imparare  a superare l’atteggiamento “macho” per godere e rispettare quei rari momenti di serenità e di benevolenza gratuita che riusciamo a cogliere nei rapporti con gli altri.

E’ inevitabile nel corso della visione dell’opera  cinematografica tendere ad identificare il protagonista “Mike” Milo con l’anziano Clint Eastwood che abbiamo imparato ad apprezzare come giovane pistolero nei film di Sergio Leone, come ispettore Callaghan ed in seguito  come grande regista di ottimi film a cominciare da “ Gran Torino”. E’ inevitabile guardare con attenzione a come il grande vecchio si e ci proponga attraverso il suo personaggio  di vivere una vita fino in fondo aperta verso nuove esperienze  positive  ed in cui l’affettività verso gli altri , la natura ed il rispetto siano sempre occasioni di nuova vitalità e serenità.

Bella la canzone di Will Banister “ Find a New Home” che ci accompagna  all’inizio ed alla fine del film  ed altrettanto bella la colonna sonora  originale curata da Mike Mancina.

Oltre all’incredibile presenza scenica di Clint Eastwood non possiamo non citare la buona prova artistica degli altri principali protagonisti come Eduardo Minett( Rafael "Rafo" Polk) ,Natalia Traven ( Marta) e Dwight Yoakam( Howard Polk), Fernanda Urrejola ( Leta).