In questo blog raccolgo i racconti , i quadri , le poesie realizzate nel corso degli anni e che verranno ulteriormente prodotte.
Benvenuti e grazie per l'attenzione.
Serve per coprire le paste, le
cassate e quasi tutti i generi di pasticceria.
In un recipiente di alluminio,
mettette la quantità di cui avete
bisogno ( ad esempio un chilo) di zucchero, bagnatelo con un bicchiere d’acqua,
aggiungete un pochino di cremor tartaro
e mettete sul fuoco.
Quando avrà bollito per ca. 10
minuti verificate la cottura controllando che
tra i polpastrelli del pollice e dell’indice si formino tre o quattro
filamenti.
Togliete dal fuoco, unite il
succo di mezzo limone e versate sul marmo lasciando riposare finché non s'intiepidisce.
Quando sarà tiepido, si raccoglie
con una paletta di ferro e si lavora molto fin quando non sarà “ cagliato” e cioè fin quando non diverrà una
pasta bianchissima.
Questa, dapprima avrà la tendenza
ad essere dura,ma coprendola con un
panno e lasciandola riposare un venti minuti, diverrà molle e pastosa.
Si prende allora poca alla volta e si lavora”
scanalandola” sul marmo fino a quando
diverrà malleabile e fine.
Si conserva quindi in un vaso
pulito e si copre, tenendola a disposizione per i vari usi.
Se non si vuole utilizzare il
marmo, si può mettere il recipiente con
lo zucchero bollito a cui è stato unito il succo di mezzo limone, dentro uno
più grande, pieno per metà d’acqua, avendo cura che questa non venga a contatto
con lo zucchero cotto.
Quando sarà tiepido, si lavora con un cucchiaino di ferro
fino a quando non si cagli e diventi duro. Si copre e si lascia riposare per
venti minuti.Poi, si scanala poco alla volta sul marmo e si conserva nel vaso
come prima.
Ho il piacere di presentarvi un racconto di un mio caro compagno del Liceo : Mario Basile
COMINCIA:
Conservo nell’intimo , come la
memoria di una gradita carezza , il ricordo della verde stagione .
Finiti i compiti si correva in
piazza con le tasche dei nostri pantaloncini di velluto rigonfie per le
macchinine che attendevano di sfrecciare sul terreno . Il rombo delle rare
vetture che passavano veniva coperto dalle nostre grida onomatopeiche che
anticipavano il gioco .
Brrruuummm , brrruuummm ,
brrruuummm ...
Con il gessetto disegnavamo il
circuito per terra . E la nostra fantasia ce lo faceva disegnare tortuoso . Al
suo interno si tracciava ogni tanto un quadrato tagliato dalle diagonali . Rappresentava un traguardo . Quando
l’automobilina lo oltrepassa poteva anche uscire fuori dal bordo del circuito
tanto che chi l’aveva lanciata poteva gridare felice a squarciagola : TAPPA !
TAPPA !
Presago del passato ho deviato
dal mio percorso .
Anche in quella piccola città ,
in quel paese simile a quello della mia infanzia ho visto dei ragazzini con le
ginocchia sbucciate per essere stati troppo tempo a terra .
Passo come uno straniero in mezzo
a loro , ma nessuno ha capito che non lo sono .
Il mio cuore è vicino , anche se
batte lontano , signore di un corpo esiliato e straniero .
Tutto mi si confonde . Quando
credo di ricordare una cosa , penso ad altro e intanto vedo in modo nitido quello che la mia memoria
sventola come un ventaglio distratto .
Hanno delle vetturette
sgangherate tra le mani . Sono modelli di macchine sportive , ma di scarso
valore . Un bambino con i capelli biondi e arruffati se ne sta lì a guardare .
Segue i movimenti delle braccia dei
suoi compagni . Urla con loro , ma avrebbe
una gran voglia di lanciare anche la sua .
Forse mi sono attardato troppo .
Ho sostato un’ora in quel piccolo paese attraversato da una strada larga . Ora
devo affrettarmi a riprendere l’autostrada . Questo mio vecchio TIR non è
adatto a percorrere una strada statale , ma guardando il volto di quel bambino
non posso fare a meno di intenerirmi . Ho penetrato dentro la sua anima ,
dentro la sua voglia afflitta di amore .
Tutti siamo abituati a vedere noi
stessi essenzialmente come delle realtà mentali , mentre vediamo gli altri come
delle realtà fisiche . A causa dell’effetto che destiamo negli occhi degli
altri abbiamo una vaga consapevolezza di noi stessi come delle realtà fisiche ,
ma soltanto nell’amore prendiamo veramente coscienza che noi abbiamo
soprattutto un’anima , come l’hanno gli altri oltre l’involucro del corpo .
Mi reco al bar che è anche un
piccolo bazaar . Compro in fretta la piccola Ferrari rossa . La metto tra le
mani di quel bimbo . E fuggo via senza permettergli di ringraziarmi .
Il tempo ! Il passato ! Ciò che
sono stato e non sarò mai più . Ciò che ho avuto e non riavrò ! I morti che mi
hanno amato nella mia infanzia . I morti che ho seppellito nella mia maturità !
Dio mi ha creato per essere
bambino . Forse non mi sono mantenuto sempre tale , ma ogni volta che vedo per
la strada un bimbo che piange , un ragazzo esiliato dagli altri , mi fa più
male il suo sprovveduto dolore della tristezza del mio cuore esausto .
Tedio del crepuscolo e della
trascuratezza , stanchezza di aver dovuto vivere …
Ho avuto desideri , ma mi è stata
negata la ragione di averli .
Non ricordo il volto di un figlio
. Egli è morto quando aveva solo sei mesi .
Tutto quello che vi è di disperso
e duro della mia sensibilità proviene dall’assenza di quel calore e dalla
nostalgia inutile dei baci che non ricordo .
Che altro sarei se avessi potuto
godere di più di quella tenerezza che dalle viscere saliva ai baci sul volto di
un bambino !
Adesso non vedo l’ora di tornare
a casa , di ritornare a sedermi in poltrona accanto a quella donna che ha seppellito
anch’essa nella tomba la sua maternità e che mi attende ancora nella vecchia
poltrona accanto al fuoco . Da quanti anni la conosco ? Era una bambina quando
mi vedeva sudare tutto trafelato in piazza . Si affacciava dal balcone e rideva . Rivedo quella piazza , quel circuito bianco disegnato
sulla piazza scura e quella fanciulla che mi guardava dalla finestra e che non
sapeva che un giorno avrebbe unito la sua vita alla mia , che mi avrebbe
aspettato in silenzio pazientemente , convivendo con la sofferenza che
scaturisce sempre dall’ansia delle lunghe attese .
Chissà se in questo momento
riesce a percepire questi pensieri che mi invadono …
Non avrei mai potuto immaginare
che lei avrebbe avuto la pazienza di attendere silenziosa il ritorno di un uomo
che per vivere fa il camionista .
Eppure venivo da terre prodigiose
, dai paesaggi più belli della mia vita , ma non ho parlato di quelle terre se
non a me stesso , ma l’amore forse ne ha percepito i bagliori segreti .
Piove da due ore e dal cielo
grigio e freddo cade un’acqua di un colore che fa male all’anima .
Questo sarà il mio ultimo lungo
tragitto . Dopo andrò in pensione . Tornerò a riposare nella mia casa senza
figli e senza la dolce invasione dei nipoti . Non dovevo partire per questo
viaggio , ma ho sostituito Giacomo Bianchi che stava male e che adesso sta in
un letto caldo , al caldo, con un’aspirina in bocca .
A questo mondo viviamo tutti
passeggeri di una nave salpata da un posto ignoto che forse piano piano
riusciamo a distinguere quando ci avviciniamo al porto ignoto che sarà la
nostra destinazione finale .
Come inquilino
della nave vedo in quel bambino che ho appena lasciato quello che fui e provo
per quel piccolo passeggero una tenerezza che provai forse solo per quel
minuscolo essere che ebbi un giorno tra le braccia .
Colui che io conosco come nessun
altro conosce non avrà più strade da percorrere , ma solo un porto da
raggiungere . La sua amata Itaca , la sua dolce Penelope che in tante sere
ha disfatto la tela , attendendo il suo tardo rientro nella notte , mentre io
sostituivo allo scenario antico sogni creati tra giochi e slanci , tra bionde
luci e musiche invisibili .
Tutti noi
viviamo distanti e anonimi , dissimulati , soffriamo da sconosciuti , nella
dolorosa costanza e quotidianità della vita , ma io ho una specie di dovere di
immaginare un’altra realtà , perché , non essendo altro , né volendo essere
altro che uno spettatore di me stesso , devo avere il migliore spettacolo che
posso . Così mi costruisco pensieri di oro e di seta nelle sale immaginarie di
un palcoscenico vuoto .
Se la nostra vita potesse essere
un eterno stare alla finestra , se potessimo rimanere così, come un fumo
immobile , sempre , sempre con il medesimo momento dell’imbrunire che addolora
la curva dei monti . Se si potesse restare così a guardare , a ricordare , a
sognare oltre il tempo !
Giro l’angolo e imbocco un’altra
strada . Solo allora mi accorgo che oltre ai lampioni , che si stanno
accendendo nel tramonto rosa , c’è qualcos’altro nella strada : un bagliore di
luna che si va offuscando , vago , occulto , muto , pieno di nulla e di tutto ,
come la vita …
Guarda come sta scurendo !
Ho chiesto alla vita soltanto che
non mi togliesse il sole e adesso vedo una luce rosa e grigia .
Un accecante bagliore illumina
d’un tratto la mia ombra …
Non sento più il volante …
Un filo lento di fumo si alza e
si disperde in lontananza come chi , dopo aver respirato fitto , interrompe d’un tratto la sua corsa ,
trascinandosi in un battere alto di passi
brevi svelando il passato e il domani del mondo ed il mistero di entrambi …
In un altro punto delle
coordinate spazio-temporali un lontano bambino fa sfrecciare la sua piccola
Ferrari che esce vincente dal circuito disegnato per terra …
TAPPA ! TAPPA ! …
E’ il suo ultimo grido felice
prima del tramonto ...
FINISCE
AGGIUNGO IL VIDEO CON LA CANZONE TIR CANTATA DA MINA CHE E' STATA
Mi scuso per l’immagine poco visibile
e piena di riflessi; ma, è una fotografia speditami da un amico a cui ho regalato il quadro oltre trentacinque
anni anni fa .
Da allora, non ho avuto più la
possibilità di vederlo , ed anche se con i difetti d’immagine che potete vedere non ho resistito al piacere di
mostrarvelo.
E’ uno dei quadri a cui sono più
affezionato ,realizzato sempre nei primi anni settanta.
Vi è in esso la potenza del
desiderio, la sensazione della bellezza e della felicità della vita
rappresentata dalla danza , dal cielo stellato , dalla
luna e dalle onde del mare .
Tutti motivi ricorrenti nella mia
visione della bellezza.
Come posso dimenticare le stelle di
una notte a Malta in cui a diciannove anni, dopo aver lasciato a casa una ragazza, in attesa di prendere il bus
che da Rabat mi avrebbe riportato a La Valletta , andai a visitare la citta vecchia “la Medina” nel suo silenzio
e le sue luci. Dopo,m'inoltrai in un sentiero di campagna illuminato solo dal chiarore delle stelle , mentre
dentro di me sentivo la bellezza della gioventù . Quelle stesse stelle sul mare di Psili Amnos in una notte a
Samos o sul mare di Acitrezza. Le ho dipinte una ad una cercando di presentarle nella loro estrema
varietà di grandezza e di luminosità insieme ad una luna sotto la cui luce danza quella donna oggetto del
mio desiderio.
Le linee forza delle braccia sfuggono
verso i lati estremi del quadro nella indefinita rappresentazione del movimento e
dell’espansione del corpo nell’ambiente che l’avvolge .
Così ancora i riflessi della luce
della luna sui capelli e
sulle onde del mare.
“Siamo noi i veri responsabili delle
morti dei nostri figli” afferma il sig. Hoffmeister
(Ernst Stotzner) l’anziano medico del paese, padre di Frantz, di fronte ai
suoi amici e conoscenti che gli avevano rifiutato un giro di birra perché responsabile
di avere ricevuto in casa un giovane francese.
“ Siamo noi che li abbiamo mandati al fronte e che poi abbiamo
brindato con boccali di birra, festeggiando la morte di migliaia di giovani
francesi; mentre, a loro volta, i padri francesi festeggiavano la morte di
migliaia di giovani tedeschi, bevendo bicchieri di vino”.
Questo sentimento di distacco dalla guerra, dal nazionalismo che
la genera, viene poi di nuovo rappresentato quando, nel secondo tempo, sarà la
giovane tedesca Anna, in viaggio in Francia, a sentire l’ostilità contro i
tedeschi, ancora presente a guerra finita, in un canto della “ Marsigliese” in
cui l’orgoglio nazionale coinvolge, uno dopo l’altro, tutti gli avventori di un
bar- café dove lei si trova.
La scena ricorda quella celebre di “ Casablanca”; ma, a differenza
di quella, non suscita nello spettatore la solidarietà per l’orgoglio di un
popolo ferito dalla dominazione tedesca.
Al contrario, quasi disturba quell’esibizione di nazionalismo che
aveva coinvolto migliaia di vite in un percorso di guerra senza ritorno.
In questo, la fredda descrizione in
bianco e nero di una Germania e di una Francia del 1919, uscite piene di dolore
personale dal primo conflitto mondiale, non ci risulta datato e/o privo
d’interesse; anzi, ci fa riflettere sulle conseguenze, sempre in agguato, di un
nazionalismo contro di cui, sembra a volte invano, si mobilitarono, ad esempio,
i fondatori del progetto Europeo nel secondo dopoguerra e che, comunque,
affligge anche i nostri giorni.
Francois Ozon, affermato regista
francese nato a Parigi nel 1967, non ha partecipato, né ha visto con i propri
occhi le manifestazioni pacifiste che scossero in quegli anni l’America e
l’Europa, portando avanti l’idea di un mondo più nuovo, basato sulla fratellanza;
ma, vede oggi molti parallelismi con il mondo che racconta nel suo film.
Il risorgere del nazionalismo, la richiesta del ripristino e della
difesa delle frontiere con i discussi “ muri”, che anche in Francia si fa
sempre più attuale, dà la sensazione che il passato possa ritornare.
Ma non è questo il solo tema di cui
parla il film “Frantz”, presentato alla 73° mostra di Venezia dove ha riscosso
un buon successo di pubblico e di critica.
Ozon,
in questo film, ripropone la
trasposizione di un testo teatrale di Maurice Rostand
del 1930, ”L'homme que
j'ai tué”, già portato sullo schermo da Ernst Lubitsch. All’interno
del clima sociale descritto, egli scava, invece, nel particolare del sentimento personale. Affronta,
pertanto, il senso di colpa di chi ha ucciso perché inevitabilmente in guerra
si è trovato davanti alla scelta
impossibile tra la vita e la morte, quello più indefinito di chi non sa o non
vuole riprendere il senso della propria
vita per paura ed il rimorso di abbandonare la fedeltà a chi è morto. Sarà il perdono e
forse quello strano miscuglio irrazionale fra verità e menzogna a fornire gli
strumenti e la strada per superare il senso di colpa e ritornare alla vita.
Sarà comunque il
perdono l’unica strada possibile per giustificare e superare anche la menzogna
e riconsegnare al colore dell’inquadratura, alla nuova vita, Anna, la giovane
donna fidanzata del povero Frantz, mentre paradossalmente ammira, all’interno
delle sale del Louvre insieme con un giovane sconosciuto, un dipinto di Manet
intitolato “ Le suicidé”.
Quel quadro le fa desiderare”
la voglia di vivere”, così come aveva compreso dopo il suo tentato suicidio.
Sarà
ancora il perdono a farle capire che non può esservi soluzione alla
perdita di un amore con una sua finta
sostituzione riparatrice.
Il viaggio di Anna in Francia sarà, sotto
quest’aspetto, chiarificatore.
La vita tornerà a colori solo perdonando il male
e ritornando a guardare avanti con nuova fiducia e disponibilità. Ozon
ha scelto di raccontare il dolore di quel periodo storico in bianco e nero così come è anche forse la nostra memoria. Il colore è
stato scelto, invece, per indicare la vita presente sia nei flashback, sia in
particolari inquadrature ambientali, sia nella scena finale.
Bella l’interpretazione dei due protagonisti: Adrien e Anna.
Adrien è Pierre Niney, talento in ascesa del
cinema francese, vincitore due anni fa del premio César come miglior attore nel
ruolo di Yves Saint-Laurent. Anna è interpretata dalla giovanissima attrice
tedesca Paula
Beer che ha saputo dare forza e
sensibilità, con grande senso della misura, a quest’importante
personaggio.
Si usano due recipienti: uno grande e uno piccolo.
Si dividono le uova e si mettono gli albumi in quello
grande.
In quello piccolo, si lavorano
insieme i tuorli e lo zucchero, battendoli moltissimo fino a farli montare.
Si montano adesso gli albumi fino ad ottenere una neve molto
asciutta; si uniscono i due composti amalgamandoli dolcemente e con rotazioni
dal basso verso l’alto per non smontarli.
Si aggiunge la farina setacciata sempre mescolando il
composto, per amalgamarlo, dal basso verso l’alto
Si pone quindi il composto in una teglia imburrata e
infarinata e si inforna a 180° per ca
40 minuti