martedì 11 ottobre 2016

GLASSA DI ZUCCHERO O VELATA



Serve per coprire le paste, le cassate e quasi tutti i generi di pasticceria.
In un recipiente di alluminio, mettette la quantità  di cui avete bisogno ( ad esempio un chilo) di zucchero, bagnatelo con un bicchiere d’acqua, aggiungete un pochino di cremor  tartaro e mettete sul fuoco.
Quando avrà bollito per ca. 10 minuti verificate la cottura controllando che  tra i polpastrelli del pollice e dell’indice si formino tre o quattro filamenti.
Togliete dal fuoco, unite il succo di mezzo limone e versate sul marmo lasciando riposare finché non s'intiepidisce.
Quando sarà tiepido, si raccoglie con una paletta di ferro e si lavora molto fin quando non sarà “  cagliato” e cioè fin quando non diverrà una pasta bianchissima.
Questa, dapprima avrà la tendenza ad essere dura,ma coprendola  con un panno e lasciandola riposare un venti minuti, diverrà molle e pastosa.
Si prende  allora poca alla volta e si lavora” scanalandola” sul marmo  fino a quando diverrà malleabile e fine.
Si conserva quindi in un vaso pulito e si copre, tenendola a disposizione per i vari usi.
Se non si vuole utilizzare il marmo, si può mettere il recipiente  con lo zucchero bollito a cui è stato unito il succo di mezzo limone, dentro uno più grande, pieno per metà d’acqua, avendo cura che questa non venga a contatto con lo zucchero cotto.

Quando sarà tiepido, si lavora con un cucchiaino di ferro fino a quando non si cagli e diventi duro. Si copre e si lascia riposare per venti minuti.Poi, si scanala poco alla volta sul marmo e si conserva nel vaso come prima.

T.I.R. di Mario Basile

Ho il piacere di presentarvi  un racconto di un mio caro compagno del Liceo : Mario Basile

COMINCIA:



Conservo nell’intimo , come la memoria di una gradita carezza , il ricordo della verde stagione .
Finiti i compiti si correva in piazza con le tasche dei nostri pantaloncini di velluto rigonfie per le macchinine che attendevano di sfrecciare sul terreno . Il rombo delle rare vetture che passavano veniva coperto dalle nostre grida onomatopeiche che anticipavano il gioco .
Brrruuummm , brrruuummm , brrruuummm ...
Con il gessetto disegnavamo il circuito per terra . E la nostra fantasia ce lo faceva disegnare tortuoso . Al suo interno si tracciava ogni tanto un quadrato tagliato dalle  diagonali . Rappresentava un traguardo . Quando l’automobilina lo oltrepassa poteva anche uscire fuori dal bordo del circuito tanto che chi l’aveva lanciata poteva gridare felice a squarciagola : TAPPA ! TAPPA !

Presago del passato ho deviato dal mio percorso .
Anche in quella piccola città , in quel paese simile a quello della mia infanzia ho visto dei ragazzini con le ginocchia sbucciate per essere stati troppo tempo a terra .
Passo come uno straniero in mezzo a loro , ma nessuno ha capito che non lo sono .
Il mio cuore è vicino , anche se batte lontano , signore di un corpo esiliato e straniero .
Tutto mi si confonde . Quando credo di ricordare una cosa , penso ad altro e intanto vedo  in modo nitido quello che la mia memoria sventola come un ventaglio distratto .
Hanno delle vetturette sgangherate tra le mani . Sono modelli di macchine sportive , ma di scarso valore . Un bambino con i capelli biondi e arruffati se ne sta lì a guardare . Segue i movimenti delle  braccia dei suoi compagni . Urla con loro , ma avrebbe  una gran voglia di lanciare anche la sua  .

Forse mi sono attardato troppo . Ho sostato un’ora in quel piccolo paese attraversato da una strada larga . Ora devo affrettarmi a riprendere l’autostrada . Questo mio vecchio TIR non è adatto a percorrere una strada statale , ma guardando il volto di quel bambino non posso fare a meno di intenerirmi . Ho penetrato dentro la sua anima , dentro la sua voglia afflitta di amore .

Tutti siamo abituati a vedere noi stessi essenzialmente come delle realtà mentali , mentre vediamo gli altri come delle realtà fisiche . A causa dell’effetto che destiamo negli occhi degli altri abbiamo una vaga consapevolezza di noi stessi come delle realtà fisiche , ma soltanto nell’amore prendiamo veramente coscienza che noi abbiamo soprattutto un’anima , come l’hanno gli altri oltre l’involucro del corpo .

Mi reco al bar che è anche un piccolo bazaar . Compro in fretta la piccola Ferrari rossa . La metto tra le mani di quel bimbo . E fuggo via senza permettergli di ringraziarmi .

Il tempo ! Il passato ! Ciò che sono stato e non sarò mai più . Ciò che ho avuto e non riavrò ! I morti che mi hanno amato nella mia infanzia . I morti che ho seppellito nella mia maturità !

Dio mi ha creato per essere bambino . Forse non mi sono mantenuto sempre tale , ma ogni volta che vedo per la strada un bimbo che piange , un ragazzo esiliato dagli altri , mi fa più male il suo sprovveduto dolore della tristezza del mio cuore esausto .
Tedio del crepuscolo e della trascuratezza , stanchezza di aver dovuto vivere …
Ho avuto desideri , ma mi è stata negata la ragione di averli .
Non ricordo il volto di un figlio . Egli è morto quando aveva solo sei mesi .
Tutto quello che vi è di disperso e duro della mia sensibilità proviene dall’assenza di quel calore e dalla nostalgia inutile dei baci che non ricordo .
Che altro sarei se avessi potuto godere di più di quella tenerezza che dalle viscere saliva ai baci sul volto di un bambino !
Adesso non vedo l’ora di tornare a casa , di ritornare a sedermi in poltrona accanto a quella donna che ha seppellito anch’essa nella tomba la sua maternità e che mi attende ancora nella vecchia poltrona accanto al fuoco . Da quanti anni la conosco ? Era una bambina quando mi vedeva sudare tutto trafelato in piazza . Si affacciava dal  balcone e rideva . Rivedo quella  piazza , quel circuito bianco disegnato sulla piazza scura e quella fanciulla che mi guardava dalla finestra e che non sapeva che un giorno avrebbe unito la sua vita alla mia , che mi avrebbe aspettato in silenzio pazientemente , convivendo con la sofferenza che scaturisce sempre dall’ansia delle lunghe attese .
Chissà se in questo momento riesce a percepire questi pensieri che mi invadono …
Non avrei mai potuto immaginare che lei avrebbe avuto la pazienza di attendere silenziosa il ritorno di un uomo che per vivere fa il camionista .
Eppure venivo da terre prodigiose , dai paesaggi più belli della mia vita , ma non ho parlato di quelle terre se non a me stesso , ma l’amore forse ne ha percepito i bagliori segreti .

Piove da due ore e dal cielo grigio e freddo cade un’acqua di un colore che fa male all’anima .
Questo sarà il mio ultimo lungo tragitto . Dopo andrò in pensione . Tornerò a riposare nella mia casa senza figli e senza la dolce invasione dei nipoti . Non dovevo partire per questo viaggio , ma ho sostituito Giacomo Bianchi che stava male e che adesso sta in un letto caldo , al caldo, con un’aspirina in bocca .

A questo mondo viviamo tutti passeggeri di una nave salpata da un posto ignoto che forse piano piano riusciamo a distinguere quando ci avviciniamo al porto ignoto che sarà la nostra destinazione finale .
Come inquilino della nave vedo in quel bambino che ho appena lasciato quello che fui e provo per quel piccolo passeggero una tenerezza che provai forse solo per quel minuscolo essere che ebbi un giorno tra le braccia .

Colui che io conosco come nessun altro conosce non avrà più strade da percorrere , ma solo un porto da raggiungere . La sua amata Itaca , la sua dolce  Penelope che in tante  sere ha disfatto la tela , attendendo il suo tardo rientro nella notte , mentre io sostituivo allo scenario antico sogni creati tra giochi e slanci , tra bionde luci e musiche invisibili .

Tutti noi viviamo distanti e anonimi , dissimulati , soffriamo da sconosciuti , nella dolorosa costanza e quotidianità della vita , ma io ho una specie di dovere di immaginare un’altra realtà , perché , non essendo altro , né volendo essere altro che uno spettatore di me stesso , devo avere il migliore spettacolo che posso . Così mi costruisco pensieri di oro e di seta nelle sale immaginarie di un palcoscenico vuoto .

Se la nostra vita potesse essere un eterno stare alla finestra , se potessimo rimanere così, come un fumo immobile , sempre , sempre con il medesimo momento dell’imbrunire che addolora la curva dei monti . Se si potesse restare così a guardare , a ricordare , a sognare oltre il tempo !

Giro l’angolo e imbocco un’altra strada . Solo allora mi accorgo che oltre ai lampioni , che si stanno accendendo nel tramonto rosa , c’è qualcos’altro nella strada : un bagliore di luna che si va offuscando , vago , occulto , muto , pieno di nulla e di tutto , come la vita …
Guarda come sta scurendo !
Ho chiesto alla vita soltanto che non mi togliesse il sole e adesso vedo una luce rosa e grigia .
Un accecante bagliore illumina d’un tratto la mia ombra …

Non sento più il volante …

Un filo lento di fumo si alza e si disperde in lontananza come chi , dopo aver respirato fitto ,  interrompe d’un tratto la sua corsa , trascinandosi in  un battere alto di passi brevi svelando il passato e il domani del mondo ed il mistero di entrambi …

In un altro punto delle coordinate spazio-temporali un lontano bambino fa sfrecciare la sua piccola Ferrari che esce vincente dal circuito disegnato per terra  …
TAPPA ! TAPPA ! …
E’ il suo ultimo grido felice prima del tramonto ...

FINISCE

AGGIUNGO IL VIDEO CON LA CANZONE TIR  CANTATA DA MINA CHE E' STATA 
D' ISPIRAZIONE AL RACCONTO





giovedì 6 ottobre 2016

DANZA SOTTO LE STELLE



Mi scuso per l’immagine poco visibile e piena di riflessi; ma, è una fotografia speditami da un amico a cui ho regalato il quadro oltre trentacinque anni anni fa .
Da allora, non ho avuto più la possibilità di vederlo , ed anche se con i difetti d’immagine che potete vedere non ho resistito al piacere di mostrarvelo.
E’ uno dei quadri a cui sono più affezionato ,realizzato sempre nei primi anni settanta.
Vi è in esso la potenza del desiderio, la sensazione della bellezza e della felicità della vita rappresentata dalla danza , dal cielo stellato , dalla luna e dalle onde del mare .
Tutti motivi ricorrenti nella mia visione della bellezza.
Come posso dimenticare le stelle di una notte a Malta in cui a diciannove anni, dopo aver lasciato a casa una ragazza, in attesa di prendere il bus che da Rabat mi avrebbe riportato a La Valletta , andai a visitare la citta vecchia “la Medina” nel suo silenzio e le sue luci. Dopo,m'inoltrai in un sentiero di campagna illuminato solo dal chiarore delle stelle , mentre dentro di me sentivo la bellezza della gioventù . Quelle stesse stelle sul mare di Psili Amnos in una notte a Samos o sul mare di Acitrezza. Le ho dipinte una ad una cercando di presentarle nella loro estrema varietà di grandezza e di luminosità insieme ad una luna sotto la cui luce danza quella donna oggetto del mio desiderio.
Le linee forza delle braccia sfuggono verso i lati estremi del quadro nella indefinita rappresentazione del movimento e dell’espansione del corpo nell’ambiente che l’avvolge .
Così ancora i riflessi della luce della luna sui capelli e sulle onde del mare.

lunedì 3 ottobre 2016

LA PRINCIPESSA E IL ROSPO



Le dita scorrono veloci sui tasti
Come carezze  sul tuo corpo
Ed i tuoi occhi brillano come gemme
Di un tesoro antico
Rubate da mille pirati  e nascoste
fra la sabbia della mia isola.

Danzi al suono dei bassi e delle note
Che  fremono nei tuoi fianchi
Abbandonandoti nella notte
alle mie braccia che ti cingono
Nel ballo.

Le tue labbra  calde e morbide
Si schiudono  sensuali in  un lungo bacio
Ed il rospo che ti aspettava
Si scioglie nel miele della tua carne

Saporosa di principessa  .

venerdì 30 settembre 2016

FRANTZ




































“Siamo noi i veri responsabili delle morti dei nostri figli” afferma il sig. Hoffmeister (Ernst Stotzner) l’anziano medico del paese, padre di Frantz, di fronte ai suoi amici e conoscenti che gli avevano rifiutato un giro di birra perché responsabile di avere ricevuto in casa un giovane francese.
 “ Siamo noi che li abbiamo mandati al fronte e che poi abbiamo brindato con boccali di birra, festeggiando la morte di migliaia di giovani francesi; mentre, a loro volta, i padri francesi festeggiavano la morte di migliaia di giovani tedeschi, bevendo bicchieri di vino”.
 Questo sentimento di distacco dalla guerra, dal nazionalismo che la genera, viene poi di nuovo rappresentato quando, nel secondo tempo, sarà la giovane tedesca Anna, in viaggio in Francia, a sentire l’ostilità contro i tedeschi, ancora presente a guerra finita, in un canto della “ Marsigliese” in cui l’orgoglio nazionale coinvolge, uno dopo l’altro, tutti gli avventori di un bar- café dove lei si trova.
 La scena ricorda quella celebre di “ Casablanca”; ma, a differenza di quella, non suscita nello spettatore la solidarietà per l’orgoglio di un popolo ferito dalla dominazione tedesca.
 Al contrario, quasi disturba quell’esibizione di nazionalismo che aveva coinvolto migliaia di vite in un percorso di guerra senza ritorno.
In questo, la fredda descrizione in bianco e nero di una Germania e di una Francia del 1919, uscite piene di dolore personale dal primo conflitto mondiale, non ci risulta datato e/o privo d’interesse; anzi, ci fa riflettere sulle conseguenze, sempre in agguato, di un nazionalismo contro di cui, sembra a volte invano, si mobilitarono, ad esempio, i fondatori del progetto Europeo nel secondo dopoguerra e che, comunque, affligge anche i nostri giorni.
Francois Ozon, affermato regista francese nato a Parigi nel 1967, non ha partecipato, né ha visto con i propri occhi le manifestazioni pacifiste che scossero in quegli anni l’America e l’Europa, portando avanti l’idea di un mondo più nuovo, basato sulla fratellanza; ma, vede oggi molti parallelismi con il mondo che racconta nel suo film.
 Il risorgere del nazionalismo, la richiesta del ripristino e della difesa delle frontiere con i discussi “ muri”, che anche in Francia si fa sempre più attuale, dà la sensazione che il passato possa ritornare.
Ma non è questo il solo tema di cui parla il film “Frantz”, presentato alla 73° mostra di Venezia dove ha riscosso un buon successo di pubblico e di critica.
Ozon,  in questo film,  ripropone la trasposizione di un testo teatrale di Maurice Rostand del 1930, ”L'homme que j'ai tué”, già portato sullo schermo da Ernst Lubitsch. All’interno del clima sociale descritto, egli scava, invece, nel particolare  del sentimento personale. Affronta, pertanto, il senso di colpa di chi ha ucciso perché inevitabilmente in guerra si è trovato davanti alla  scelta impossibile tra la vita e la morte, quello più indefinito di chi non sa o non vuole riprendere  il senso della propria vita  per paura  ed il rimorso di abbandonare  la fedeltà a chi è morto. Sarà il perdono e forse quello strano miscuglio irrazionale fra verità e menzogna a fornire gli strumenti e la strada per superare il senso di colpa e ritornare alla vita.
Sarà comunque il perdono l’unica strada possibile per giustificare e superare anche la menzogna e riconsegnare al colore dell’inquadratura, alla nuova vita, Anna, la giovane donna fidanzata del povero Frantz, mentre paradossalmente ammira, all’interno delle sale del Louvre insieme con un giovane sconosciuto, un dipinto di Manet intitolato “ Le suicidé”.
Quel quadro le fa desiderare” la voglia di vivere”, così come aveva compreso dopo il suo tentato suicidio.
Sarà ancora il perdono a farle capire che non può esservi soluzione alla perdita  di un amore con una sua finta sostituzione riparatrice.
 Il viaggio di Anna in Francia sarà, sotto quest’aspetto, chiarificatore.
 La vita tornerà a colori solo perdonando  il male  e ritornando a guardare avanti con nuova fiducia e disponibilità. Ozon ha scelto di raccontare il dolore di quel periodo storico  in bianco e nero così come  è anche forse la nostra memoria. Il colore è stato scelto,  invece,  per indicare la vita presente sia nei flashback, sia in  particolari inquadrature ambientali, sia nella scena finale.
Bella l’interpretazione dei due protagonisti: Adrien e Anna.

Adrien è Pierre Niney, talento in ascesa del cinema francese, vincitore due anni fa del premio César come miglior attore nel ruolo di  Yves Saint-Laurent. Anna  è interpretata dalla giovanissima attrice tedesca  Paula Beer  che ha saputo dare forza e sensibilità, con grande senso della misura, a quest’importante personaggio.  

mercoledì 21 settembre 2016

PASSEGGIATA A LIPARI



OLIO SU TELA 50X70

Descrive la passeggiata di due amici che si addentrano chiacchierando per i viottoli di Lipari

lunedì 19 settembre 2016

PAN DI SPAGNA


INGREDIENTI:   

g 275     Farina 00
g 250     Zucchero
      8      Uova
              















Si usano due recipienti: uno grande e uno piccolo.
Si dividono le uova e si mettono gli albumi in quello grande.
In quello piccolo,  si lavorano insieme  i tuorli e lo zucchero,  battendoli moltissimo fino a farli montare.
Si montano adesso gli albumi fino ad ottenere una neve molto asciutta; si uniscono i due composti amalgamandoli dolcemente e con rotazioni dal basso verso l’alto per non smontarli.
Si aggiunge la farina setacciata  sempre  mescolando il composto, per amalgamarlo, dal basso verso l’alto
Si pone quindi il composto in una teglia imburrata e infarinata  e si inforna a 180° per ca 40 minuti