giovedì 30 luglio 2020

ASPROMONTE – LA TERRA DEGLI ULTIMI




Aspromonte - La terra degli ultimi è un film (2019 ) diretto da Mimmo Calopresti.

Africo questo piccolo “non paese” dell’Aspromonte calabrese, in provincia di Reggio Calabria, è forse  il simbolo di quello che il Sud non doveva e non deve essere : un luogo per troppo tempo abbandonato dall’interesse delle classi dominanti, dove la popolazione ha vissuto e vive spesso in condizioni miserevoli, dove vi è uno sporco interesse e quasi una connivenza silenziosa fra il potere della criminalità organizzata e quello della classe politica perché tutto rimanga immobile, così che nell’arretratezza e nella miseria diventi più facile il controllo del territorio.

Dobbiamo ringraziare il regista, di origini calabresi, Mimmo Calopresti per aver portato sullo schermo gli avvenimenti che sconvolsero la vita di questo paese e dei suoi abitanti nel dopoguerra, ispirandosi al libro  di Pietro Criaco  “ Via dall’ Aspromonte”.

La storia , ambientata nei primi anni del dopoguerra, ci viene in gran parte raccontata con gli occhi  di Andrea , un bambino di Africo,  figlio  del protagonista Peppe ( interpretato da Francesco Colella) che, dopo aver perso la moglie  per la mancanza di un medico condotto in paese e dopo aver a lungo protestato insieme a tutti gli abitanti del paese con le autorità,  proverà a costruire autonomamente, insieme ai suoi compaesani, una strada  di collegamento con i paesi costieri più evoluti.

La strada  è il passaggio reale per la realizzazione della rottura dell’isolamento in cui vive il paese di Africo. È la condizione per entrare in rapporto con altra gente  e culture .

 Per avere  accesso ai servizi  medici e per sperare nell’arrivo anche dell’elettricità e di nuove opportunità di lavoro.

Nel corso del film, viene richiamato l’avvenimento del reportage e successiva pubblicazione sul settimanale “ L’Europeo”  realizzato ad Africo nel 1948 dal giornalista Tommaso Besozzi , corredato dalle fotografie scattate  da Tino Petrelli. Nel corso dell’articolo, Besozzi  affermava che le condizioni di vita del paese erano ferme a quelle descritte vent’anni prima  dallo studioso del Meridione Zanotti Bianco  che ne aveva parlato in questi termini: “ un paese  annidato su case diroccate a causa  del pregresso terremoto, isolato geograficamente, afflitto da tasse indiscriminate e da malattie,  privo di medico, di aule scolastiche (le lezioni si svolgevano nelle stanza da letto della maestra) e dove gli abitanti si nutrivano di un immangiabile pane fatto con lenticchie e cicerchie.

Anche questa immagine dell’attività encomiabile della maestra viene mostrata nel film dove il ruolo viene interpretato da Valeria Bruni Tedeschi.

Il film ed il romanzo da cui è tratto ci raccontano del tentativo di ribellione  e di richiesta di attenzione degli abitanti di Africo, legato alla costruzione della  strada  che avrebbe finalmente collegato il paese al resto del mondo; ma,  con crudezza, ci mostra anche come  contro questo tentativo,  con modalità diverse, si siano mosse le autorità e le forze dell’ordine da una parte e il potente malavitoso ( Don Totò, interpretato da Sergio Rubini)  dall’altra.

 E’ una storia che appare senza speranza  agli occhi del giovane Andrea che, alla fine, insieme al padre e agli altri abitanti di Africo dovrà abbandonare il Paese in cerca della sopravvivenza altrove, proprio mentre una devastante alluvione  distruggerà il paese.

E’ quell’alluvione del 1951 in seguito alla quale le autorità comunque presero il provvedimento dell’evacuazione totale del paese.

Dopo molti anni Andrea , ormai anziano ritornerà nei luoghi della sua infanzia  e ritroverà un libro  a lui dedicato da un abitante di Africo detto “u poeta” ( interpretato da Marcello Fonte) : Ricorderà le sue parole di quando un giorno, proprio di fronte alla pesantezza della realtà che li circondava “ U poeta” lo aveva invitato a non smettere mai di “ sognare” ,perché il sogno ci porta verso la vita e la possibilità di cambiare la realtà opprimente che stiamo vivendo.

Nella realtà storica  le traversie di  Africo e della sua gente continueranno  dal 1951 ai giorni nostri , con non poche difficoltà.

 Dopo aver vissuto per molti anni come dei profughi, i paesani  torneranno ad abitare  “Africo Nuovo”  solo all'inizio degli anni '60. Posto in una zona nuova rispetto al vecchio paese i suoi abitanti dovranno vivere ,di  fatto, di aiuti assistenziali. Avevano perso le loro attività agricole , molti erano emigrati e le maggiori fonti di reddito erano costituite  da sussidi di disoccupazione e rimesse emigrati.

Le lotte e le manifestazioni di protesta della popolazione continuarono a infiammare il paese, ma la risposta delle autorità fu quasi totalmente di tipo repressivo. Nel frattempo, come se non bastasse,  già dagli anni settanta  crebbe l’importanza ed il potere, in tutta la zona, della  ‘ndrangheta.

Film come questo sono importanti per ricordarci le tante situazioni difficili presenti nel nostro Paese.

Situazioni e problemi che richiedono una  continua attenzione ed impegno da parte di tutta la società civile perché non vengano dimenticate ed abbandonate.

Il film ha ottenuto la candidatura  al Globo d’oro 2020  per la migliore musica  a Nicola Piovani  e per la migliore fotografia  a Stefano Falivene; mentre, è stato vinto il Globo d’oro da Valeria Bruni Tedeschi come migliore attrice.

Il regista Mimmo Calopresti  ha ottenuto il Nastro d’argento  2020  della legalità.


martedì 9 giugno 2020

FAVOLACCE




I F.lli D’Innocenzo, con il loro secondo lungometraggio “ Favolacce”,  esprimono una pesante condanna, senza appelli, della generazione degli adulti ed in particolare sulla loro capacità di porsi come genitori e protagonisti del loro tempo.
 Essa viene descritta come incapace di una vera empatia personale e sociale, afflitta da una profonda insoddisfazione nei confronti della propria vita familiare, sociale e lavorativa. Un’insoddisfazione a cui corrisponde una latente  violenza che a volte esce fuori in maniera irrefrenabile . 
E’ una società senza futuro, quella descritta nel film,  che parte dalla descrizione della vita di una piccola comunità di persone  di condizione piccolo borghese  che abita per la maggior parte in piccole villette  a schiera nella estrema periferia romana. Forse quella stessa zona del litorale romano che si estende fino a Lavinio ed Anzio dove hanno trascorso la loro infanzia.
 Vista dall’esterno e con un occhio disattento, potrebbe sembrare quasi una condizione invidiabile  per la facilità di relazioni di vicinato , la presenza di un ambiente naturale gradevole intorno  con molti alberi e piante , spazi ampi, poche automobili, il mare non lontano , servizi scolastici relativamente vicini  che consentono ai  ragazzini delle medie di andare a scuola  anche da soli.
 Eppure, questa società è priva di un’elaborazione valida del proprio presente e del proprio futuro e chi ne paga le spese sono i bambini, su cui i genitori sfogano le proprie insicurezze e frustrazioni rendendoli infelici. Sono essi che nella “ Favolaccia”  rappresentano metaforicamente il futuro.
 Un futuro che , secondo i F.lli D’Innocenzo , in queste condizioni , non arriverà mai.
Paradossalmente, i poveri ragazzini troveranno nell’istituzione scolastica il cattivo maestro  che sfogherà su di loro la sua incapacità di vita e di ruolo insegnandogli  dei  possibili strumenti di morte, utili per organizzare la punizione del mondo adulto e/o di se stessi.
I giovani ragazzini delle medie  sono le vere cartine tornasole di questa società e della sua crisi  strisciante evidenziata nel film . Sono loro  a soffrirne in prima persona  le conseguenze , la sostanziale inadeguatezza dei genitori e a raccontare  questa storia con il diario ritrovato per caso di una di loro.
Un altro aspetto che colpisce è la totale assenza del mondo più anziano.
I nonni , i padri e le madri di questi genitori sono totalmente assenti in questa storia .
Può essere un caso naturalmente!
Non vi era alcuna utilità della loro presenza nella storia raccontata, forse, ma nulla accadde per caso.  Questa assenza  fa pensare ad una possibile rimozione  della presenza di una generazione  a cui  gli attuali adulti non sono interessati. Questo fa pensare anche ad uno dei problemi della nostra società : la mancanza di una continuità storica nella nostra cultura moderna . La possibilità di una immediata consultazione del web  per ottenere  una rapida informazione  su qualsiasi  problema, la crisi delle ideologie e delle visioni  del mondo avvenuta a metà del novecento, rendono quasi superfluo , ma , in realtà , molto difficile  cercare una continuità con il passato: una continuità personale , culturale , politica.
Questa generazione descritta nel film sembra barcamenarsi nei confronti di una realtà più grande di lei che non conosce  e non capisce . All’interno della quale si vive in una condizione di eccessiva instabilità. La crisi dei valori, delle ideologie, della visione del mondo operata dalla generazione precedente a questa è ancora presente e  non ha prodotto risultati.
Le varie soluzioni proposte sono risultate chiaramente inadeguate,  lasciandoci un mondo che si dibatte tra modelli sociali, seppur vincenti, poco “ convincenti”.
Il ribellismo, il disagio il serpeggiare  e l’esplosione improvvisa della violenza sono presenti nel nostro vissuto e nell’immaginario. Se ci pensiamo bene, il cinema , che tenta di rappresentare il “ sentiment” delle persone, quest’anno ce li ha proposti in varie opere che, pur trattando argomenti diversi, risentono di queste problematiche : penso al premio Oscar “ Parasite”,  ma anche a “ Joker”  e  a “C’era una volta a Hollywood”.
I F.lli D’Innocenzo c’invitano a riflettere con “ Favolacce”.
Il film è stato presentato in concorso al Festival di Berlino 2020, dove ha vinto l’Orso d’argento  per la migliore sceneggiatura( sempre realizzata dai F.lli D’innocenzo) e la sua visione è oggi  disponibile on demand. Tutti bravi gli attori,  fra cui  Elio Germano. Da ricordare ancora che i gemelli D’Innocenzo  dopo la loro interessante opera prima “ La terra dell’abbastanza”, che ha ottenuto diversi  riconoscimenti nazionali ed internazionali tra cui miglior opera prima e migliori registi esordienti ai   Nastri d’Argento 2018, prima di realizzare il loro secondo film “ Favolacce”   hanno avuto modo di collaborare alla sceneggiatura del film “ Dogman” di Matteo Rovere.

mercoledì 3 giugno 2020

CAFARNAO- Caos e miracoli




Cafarnao (2018) è un film della libanese  Nadine Labaki , ambientato  nella moderna Beirut che, oltre ad essere la capitale del Libano ed una delle principali piazze  finanziarie , bancarie , assicurative e commerciali del Medio Oriente e un centro  culturale ed accademico  di prestigio, è anche una metropoli al cui interno  coesistono, senza integrarsi,  vasti settori di popolazione di origine palestinese e molti profughi siriani  che, insieme alle classi povere locali, danno vita ad un mondo marginale di ampie proporzioni  ,che sopravvive  al di fuori di ogni regola  di vita  civile . Le credenze , le abitudini e le diversità culturali e religiose alimentano ulteriormente il caos  esistenziale  della vita delle persone.
 Il film di Nadine Labaki s’insinua proprio  all’interno dei vicoli e delle abitazioni diroccate e periferiche della città per seguire la vita di queste persone , i loro problemi , le loro necessità avvalendosi di attori  non professionisti  e quasi presi dalla strada,  facendoci  tornare in mente il  simile atteggiamento dei registi del neorealismo italiano.
 In particolare è molto efficace e toccante  l’interpretazione del giovane protagonista di origine siriana   Zain Alrafeea nel ruolo di Zain , personaggio ispirato dalle vicende reali della sua vita. La stessa regista Nadine  Labaki  appare nel film nel ruolo dell’avvocatessa. Il film è stato ben accolto al Festival di Cannes dove ha vinto il premio speciale  della giuria. Ha inoltre ottenuto la candidatura all’Oscar come miglior film straniero e con la stessa motivazione anche la candidatura  al Golden Globes, al BAFTA,  al  Cesar e al Critics Choice Award.
Molti hanno criticato il film asserendo che lo stesso  specula troppo sull’emozione suscitata dall’amarezza per le situazioni raccontate ed altri, al contrario, gli  hanno rimproverato la presunta mancata coerenza della seconda parte ,in cui si sviluppa una sorta di  lieto fine che toglie drammaticità al racconto.
A mio parere,  tutto questo può non essere casuale e già implicito nello stesso titolo italiano del film dove il nome   Cafarnao è seguito dalla dizione “ caos e miracoli”.
Proviamo  a ricordare che, secondo i vangeli  sinottici, Cafàrnao è stata un'antica città della  Galilea, sulle rive del  lago di Tiberiade, dove sembra che  Gesù  avesse iniziato la sua predicazione , dopo aver lasciato Nazareth. Questa città è passata alla storia come sinonimo di caos e contraddizione . E’ stata infatti sede dei primi miracoli di Gesù ma allo stesso tempo egli stesso la maledisse  a causa dell’indifferenza nei confronti dei suoi insegnamenti.
In qualche modo le vicende reali della vita di Zain a cui la regista Labaki si è ispirata  ed il racconto del film ci mostrano le terribili  condizioni di vita  in cui vivono larghi strati  della popolazione marginale, ma anche  la loro diffusa accettazione di una larvata  criminalità e la mentalità sottomessa ad un senso  della realtà opprimente e vessatoria che, in qualche modo ,accettano. E’ questo il profondo caos che circonda la vita di Zain fin dalla sua nascita e che giorno dopo giorno diventa sempre più insopportabile. Lo farà esplodere la decisione dei suoi stessi genitori  di dare in sposa la sorellina di appena undici anni.
 Zain, a quel punto,  andrà via di casa per cercare la sua strada senza avere neanche una propria identità, in quanto non è mai stato dichiarato all’anagrafe.
 Semplicemente, non esiste!
Eppure, in tutta la seconda parte del film  sarà il suo rifiuto delle ovvie e crudeli necessità imposte della realtà a realizzare il “miracolo” di salvarlo , di salvare il bambino  di un anno che le circostanze gli hanno affidato e di dargli quell’identità che altrimenti non avrebbe mai avuto .
 Il film, più che una tragedia, è una parabola che ci dice che i ceti popolari , specialmente sottoproletari( usando un termine antico) pur avendo le più grandi ragioni per soffrire, lamentarsi  e meritare la nostra comprensione ed il nostro aiuto , raramente riescono a cambiare la propria mentalità  sottomessa alla realtà dominante ed opprimente ,che ritengono sia l’unica possibile. A volte, ne diventano pure, più o meno ,involontari artefici e carnefici.
 Zain  si rivolterà legalmente contro i suoi genitori, imputandogli il fatto di averlo fatto nascere  in un mondo inumano;di aver sacrificato la sorellina e ,nonostante tutto, di decidere di procreare ancora nuove future vittime.
La sua personale lotta  produce “miracoli” all’interno di quel caos  e qualcuno lo riguarda personalmente, consentendogli la conquista di un’identità legale che gli potrà permetter anche la ricerca personale di un mondo migliore, emigrando; ma che, in ogni caso, gli consentirà di porre le basi per una vita improntata alla  ricerca di generali e migliori condizioni di vita per sé e per gli altri.
Il vero Zain  ,nell'agosto del 2018, si è trasferito con la famiglia a Hammerfest in Norvegia, dove ha ottenuto il diritto d’asilo. Secondo quanto riferito dalla regista Nadine Labaki, Zain, dopo il trasferimento in Norvegia,  è riuscito ad andare a scuola per la prima volta nella sua vita, imparando  a leggere e scrivere.




venerdì 29 maggio 2020

L'IMPOSSIBILITA' DI ESSERE NORMALE




“L'impossibilità di essere normale (Getting Straight)”( 1970)  è uno dei film più interessanti realizzati sul tema  della contestazione studentesca della fine degli anni sessanta negli USA. Un movimento che aveva profondamente segnato intere generazioni di giovani e messo in discussione il classico “ way of life” americano.
Quando Richard Rush produce e dirige  il film , il cui soggetto è tratto da un romanzo di Ken Kolb, aveva quarantuno anni e  tanti avvenimenti erano ormai trascorsi da quel lontano 1962  in cui era stata scritta da Tom Hayden  “ La Dichiarazione  di Port Huron”, manifesto politico  della convention nazionale  della  SDS ( Movimento attivista  studentesco), che può considerarsi la prima grande compiuta espressione del  disagio politico e civile dei giovani americani di quegli anni.
Successivamente, nel 1964 ,all’università di Berkeley in Caifornia,  Mario Savio aveva guidato il Movimento  per la libertà di Parola (Free Speech Movement) che aveva assunto una vera dimensione di massa.
Artisti come Bob Dylan , Joan Baez, Grateful Dead, Jefferson Airplane e tanti altri ancora  suonavano la colonna sonora dei movimenti per i diritti civili , di quello Hippy, del movimento studentesco e delle manifestazioni pacifiste di quegli anni e a San Francisco l’estate del 1967 si erano raccolti migliaia di giovani  in quella che fu chiamata  “ The summer love”.
L’esplosione di questo movimento  subì tuttavia dei forti contraccolpi a causa della repressione dei poteri istituzionali e di larga parte della classe media .
Per molti giovani si poneva il problema di una gestione del proprio futuro , della ricerca del lavoro e dell’inserimento sociale , di scegliere come vivere la propria affettività  ed i rapporti familiari . Fu un periodo molto complesso e questo film, in qualche modo, cerca di rappresentare i problemi vissuti da molti di quei ragazzi nella propria dimensione personale.
Quelli  che cercarono  di evitare di essere mandati a combattere in Vietnam , chi si dibatteva nel dubbio fra il modello classico femminile della brava moglie e madre e quello di seguire i propri reali sentimenti nei confronti di un uomo forse  instabile e non proprio affidabile ma più sincero ed autentico,  le persone di colore costrette all’emarginazione sociale e tante, tante altre persone che vivevano situazioni insoddisfacenti  e conflittuali
Il nostro protagonista  Harry Bailey ( Elliott Gould) aveva vissuto intensamente la contestazione studentesca ma oggi aveva un problema economico impellente  di sopravvivenza  che lo portava a cercare  di dare uno sbocco agli studi universitari concludendoli e  provando a trovare un lavoro da insegnante .
Il suo tentativo  , tuttavia, fallirà.
Il film impietosamente, nel suo svolgimento,  condannerà definitivamente la società americana , la cecità strategica della sua classe dirigente universitaria , incapace di comprendere le tensioni reali presenti nel mondo studentesco  e di accettare la sfida intellettuale , civile e culturale che esse ponevano.
Per i protagonisti diventava chiaro che l’unica realtà che avevano davanti era quella di continuare la propria lotta di contestazione ed il proprio impegno per la trasformazione della società visto che vi era “ L’impossibilità di essere normale”.
A distanza di anni, rivedere questo film è un’esperienza utile ed interessante sia per chi ha vissuto quelle esperienze, sia per i più giovani che ne hanno solo sentito parlare. Magari, potrebbero ritrovare,  simili a quelli vissuti dai protagonisti del film , molti motivi attuali d’insoddisfazione presenti nella loro vita.
Elliot Gould  , che già avevamo applaudito per la sua interpretazione in “ M*A*S*H” di Robert Altman, veste con grande partecipazione i panni di Harry Bailey e molto bella è anche l’interpretazione di Candice Bergen nel ruolo di Jan. Una nota personale di apprezzamento anche  per  Robert F. Lyons (Nick).

giovedì 28 maggio 2020

SANTIAGO TE QUIERO


L’aereo continuava a sorvolare l’Atlantico; ma, già nel video  davanti al mio posto potevo vedere che la sua traiettoria puntava su Cuba.
 Erano passate dodici ore dalla partenza!. Era il viaggio più lungo che avessi mai fatto e lo aspettavo da tanto tempo!
 Ricordo che dei miei cari  compagni di studio universitario mi avevano invitato a passare un’estate a Cuba   e visitare anche l’Isla de la Juventud. Io non potevo andare : non avevo nessuna disponibilità finanziaria per un viaggio del genere e mi era rimasto sempre il desiderio  di visitarla un giorno . Presto o tardi! Adesso ero lì, sull’aereo che  stava atterrando a Santiago.



Eravamo arrivati a Cuba,  sul Mar dei Caraibi : un mare che bagna tante isole  e le cui onde sono state solcate da tanti navigatori e pirati.
Santiago è la seconda città di Cuba per importanza e ne è stata anche la capitale fondata nel 1515 dal conquistatore spagnolo Diego Velasquez.
Sbrigate le prime formalità ci dirigiamo verso l’albergo che ci accoglie con la sua aria elegante e coloniale





La sua vicinanza al centro della città  ed al Parco Cespedes  ci permette , posati i bagagli , di dare un primo sguardo alla città.



Mi colpiscono subito i colori pastello di molti palazzi  e la variopinta  presenza di tante persone di tutte le razze che passeggiano tranquillamente per le strade.


In passato, Santiago fu uno dei porti dell’America Centrale  in cui sbarcarono migliaia  di schiavi provenienti dall’Africa e le loro tradizioni e la loro cultura si sono fuse con quelle precedenti dominate dalla colonizzazione spagnola.
Subito dopo, ecco l’immagine classica di una automobile americana degli anni cinquanta .


Moltissime di queste auto furono abbandonate dai facoltosi turisti americani  durante il periodo della rivoluzione cubana  ed oggi costituiscono un bene prezioso per molti cubani che utilizzano le auto , prese in affitto dallo Stato,  per trasportare in giro i turisti con ottimi guadagni .

L’indomani, la prima meta è  costituita dal Parco Cespedes e la vicina Catedral de Nuestra Senora de la Asuncion  .





Superiamo lo spazio del parco ed entriamo nella Catedral che ha dei caratteri di semplice bellezza





Dopo aver osservato le navate  della Catedral,  decidiamo di esplorare le ripide scale del campanile  per salire su in alto e godere del panorama della città








Tutto molto bello!
Scendiamo  in strada e diamo un’ultima occhiata agli spazi del Parco Cespedes prospicienti la Catedral prima di andare via e dirigerci verso  la visita del Castillo de San Pedro de la Roca del Morro, dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’umanità nel 1997.




Prima di muoverci ,all’incrocio con la strada principale, c’imbattiamo in uno dei veicoli di trasporto pubblico classici di Cuba


E adesso via verso il Castillo.
Costruito nel 1638 il Castillo rappresentava la più completa ed efficace protezione della Baia di Santiago de Cuba ed ancora oggi  rimane una delle fortificazioni  dell’epoca meglio conservate . 








Lasciato il promontorio del Morro  su cui sorge il Castillo   ci dirigiamo verso il Cementerio di Santa Ifigenia dove sono sepolte alcune delle personalità più importanti della storia cubana  fra cui  Carlos Manuel de Cespedes Jose Marti, Jose Maceo, Mariana  Grajales ( la madre della patria) e Fidel Castro.


Non molto distante troviamo la Plaza de la Revolucion , uno grande spazio monumentale  all’interno di cui
Si può ammirare la figura  a cavallo del generale maggiore Antonio Maceo, il recinto della fiamma  eterna ,  una grande scalinata  , l’immagine di Fidel Castro.






Nel corso della visita alla città  è piacevole perdersi per le sue strade  e i suoi edifici  camminando fra le persone  vivaci e piacevoli . Spesso la musica aleggia nell’aria,  diffondendo i suoi motivi ed il suo ritmo e coinvolgendo i passanti . In un quartiere popolare abbiamo anche potuto vedere   dei bambini che, guidati da un allenatore, usavano la corsa sulla scalinata come allenamento sportivo.







Mentre i cani randagi riposano tranquilli sulla strada





Le giornate scorrono lente e piacevoli.
La luce del tramonto rende magica l’atmosfera della  città e sembra salutare la fine della nostra visita.



SANTIAGO  Te Quiero!




venerdì 22 maggio 2020

MARE DI GRANO



Mare di Grano (2018) è un film  di Fabrizio Guarducci. Il suo primo lungometraggio , che si avvale di un cast di attori come  Ornella Muti, Sebastiano Somma, Paolo Hendel, Simona Borioni, Donatella Pompadour. 

Il film  osserva con un sguardo semplice e pieno della  curiosità  dei bambini protagonisti la natura e la vita che ci circonda , spesso mischiando la realtà con la favola e soprattutto con la fantasia.

Adam, un bambino di otto anni, si muove  da solo nella campagna toscana alla ricerca dei suoi genitori quando,in una piccola città vicino a Siena , incontrerà  Arianna e Martino , altri due bimbi come lui che,per aiutarlo, lasceranno la propria casa e intraprenderanno  un viaggio verso il mare.

E' il mare, infatti, il luogo accoppiato, nel ricordo di Adam, ai suoi genitori. 
Probabilmente sono arrivati insieme dal mare in una storia d'immigrazione clandestina . Questo tuttavia non è mai specificato. 

I tre bambini lasceranno alle spalle il mondo adulto per muoversi insieme verso l'avventura all'interno della bellezza della Val d'Orcia.
Insieme scopriranno il valore dell'amicizia, della fantasia  e della bellezza della natura e della vita. Riusciranno in qualche modo a cavarsela ed incontreranno durante il loro cammino anche un adulto sognatore  che li aiuterà nel loro percorso.



martedì 19 maggio 2020

MIO FRATELLO RINCORRE I DINOSAURI




Questo film  lascia una sensazione diffusa di serenità e di gratitudine per i contenuti di cui ha parlato e soprattutto per il modo  in cui  li ha espressi: la complessità che avvolge la vita di una bella e numerosa famigliola che accoglie al suo interno un nuovo essere speciale, un bambino affetto dalla sindrome di down.
La preoccupazione dei genitori  per le difficoltà fisiche , mentali e d'inserimento sociale del bambino  verranno affrontate con una carica di positività  che permetterà una lenta e favorevole crescita familiare e di questa giovane vita. Sarebbe tuttavia  falso non considerare tutti i dubbi , le possibili  difficoltà ed il rifiuto che ognuno di noi può accogliere nel suo cuore  a volte  per debolezza , per paura o per possibile vergogna .
 La storia utilizza il fratello Giacomo per raccontarci il susseguirsi di tutte queste emozioni. A partire dal momento in cui da piccolo bambino viene a conoscenza con entusiasmo che sta per nascergli un fratellino, a quando, successivamente, verrà informato che Jo è un essere speciale ,  diverso, ma per certi versi quasi un super eroe.
Man mano, crescendo, Giacomo vedrà i lati positivi e negativi di tutto questo; ma, soprattutto, vivrà con difficoltà quella che è la relazione con il mondo esterno. In qualche modo, penserà che il solo fatto di avere un fratello down possa compromettere  la sua reputazione ed il suo valore all'interno del proprio  gruppo di riferimento, in quella fase delicata che è l'adolescenza.
Il film ci parla di questi sentimenti. Del rifiuto insieme all'amore, della paura e del coraggio, della solitudine e della condivisione.
Quello che alla fine rimane nei nostri cuori è una lezione di vita che non dimenticheremo con facilità e che chiunque abbia avuto un incontro importante con  la malattia o con la diversità fisica o mentale conosce bene.
Ricordo che, leggendo un libro bellissimo come  " La città della gioia" , appresi questo concetto che era espresso in riferimento ad una situazione apparentemente  diversa, ma in realtà molto simile . Raccontando della propria esperienza di contatto con i marginali delle periferie delle città indiane, il protagonista raccontava di come più che dare avesse ricevuto tanto dall'incontro con quelle persone. Di come tutto questo fosse stato fondamentale per la sua vita .
 In altre situazioni  , persone seriamente ammalate  ed incurabili , diventano spesso il punto di riferimento centrale del proprio nucleo familiare e sono spesso proprio loro che con l' attenzione e l'affetto regalano a  chi gli sta vicino molto di più di quanto ricevono .
 Anche Jo , questo piccolo e giovane essere speciale , sarà lui a dare a Giacomo l'affetto necessario per riprendere coraggio , perdonarsi  e ritrovare se stesso, i propri amici , l'amore. Sarà lui , questo piccolo essere speciale, a rappresentare  la marcia in più di questa piccola famiglia e dei loro amici.
Non poteva esserci un esordio migliore, con il suo primo lungometraggio, per il giovane regista Stefano Cipani che,  portando sulla scena cinematografica l'omonimo romanzo ( autobiografico) di  Giacomo Mazzariol , realizza un'opera gradevole , profonda  e con un bel ritmo che l'ha portata a vincere , nell'edizione 2020 del David di Donatello, il David Giovani,premio istituito l'8 gennaio 1997 e  destinato al miglior film votato, con apposito regolamento, da una giuria di giovani delle scuole superiori e delle università.
 Bravi come sempre Alessandro Gassmann e Isabella Ragonese  nel ruolo dei   genitori Davide e Katia e ottima e coinvolgente la recitazione dei giovani  Francesco Gheghi( Giacomo)Lorenzo Sisto(Giovanni)Arianna Becheroni( Arianna)Roberto Nocchi( Vittorio). Da segnalare la prsenza anche  di Rossy De Palma nel ruolo di zia Dolores.


Desidero aggiungere ancora  un apprezzamento per la  fotografia, dai toni caldi e che danno il giusto risalto alle scene ed all’ambientazione, insieme alla scelta di tante belle canzoni  nella colonna sonora  ed in cui “ La cura “ di Battiato ha un giusto risalto.