martedì 18 ottobre 2016

Il testamento del capitano

Vi presento un nuovo racconto del mio amico e compagno del Liceo : Mario Basile

Inizia:



Durante la guerra del ‘15 – ’18 nacquero molte canzoni che inneggiavano alla patria in armi, a Trento e a Trieste da liberare, alla vittoria che avrebbe coronato il sacrificio dei combattenti e del popolo. Ma le canzoni più belle furono le più semplici : le ‘ cante ’ anonime , un po’ in lingua e un po’ in dialetto , sgrammaticate , ma vivissime , che si cantavano in trincea. Senza retorica , ma con crudo spietato senso della realtà , esse parlavano della dura vita del soldato : le marce , gli assalti , i bombardamenti dell’artiglieria , i compagni che morivano , e insieme il rimpianto della casa lontana , il desiderio della ‘ licenza ‘ , i sogni da realizzare non appena la guerra fosse finita . In quelle cante senza autore (ciascuno vi aggiungeva una strofa , l’adattava al suo reparto) veniva sempre lodata la figura del capitano : quel comandante valoroso , di cui fu ricco il nostro fronte , che marciava in testa ai suoi soldati , ma che sapeva essere sempre umano e paterno . Era il capitano per eccellenza , il capo d’altri uomini , anche se portava galloni diversi , di colonnello o di generale .

Antonio Cantore , generale degli alpini , fu uno di questi ‘ capitani ‘ . Vestito con un cappotto sdrucito , con il bastone in mano , il ‘vecio ‘ , come lo chiamavano affettuosamente , camminava giorno e notte nelle trincee e su per i monti e andava di pattuglia come un soldato qualsiasi .
Morì in primissima linea , colpito in fronte da una pallottola , mentre dalla trincea osservava col binocolo il nemico che gli stava innanzi , a duecento metri .

A lui e agli altri eroici capitani della grande guerra dedichiamo una di quelle canzoni di trincea .

E il capitan della compagnia

e l’è ferito, sta per morir ... !

Ghe manda a dire ai suoi alpini

perché lo vengano a ritrovar
 .
I suoi alpini ghe manda a dire

che non han scarpe per camminar …

’ O con le scarpe o senza scarpe

i miei alpini li voglio qua … ‘

’ Cosa comanda , sior Capitano

che noi adesso semo arrivà … ‘

Ed io comando che il mio corpo

in cinque pezzi sia taglià :

il primo pezzo alla bandiera ,

secondo pezzo al battaglion ,

il terzo pezzo alla mia mamma

che si ricordi del suo figliol !

Il quarto pezzo alla mia bella

che si ricordi del suo primo amor !

L’ultimo pezzo alle montagne

che lo fioriscano di rose e fior … !

L’ultimo pezzo alle montagne

che lo fioriscano di rose e fior … !

Chissà se qualcuno di questi valorosi capitani fu trasportato in barella dalle portatrici a valle per essere poi avviato , se ferito , agli ospedali da campo o , se morto , seppellito nel Cimitero di guerra di Timau , dove le stesse portatrici avevano scavato la fossa ?
Ma chi erano queste portatrici ? Erano donne della Carnia che avevano avvertito la gravità della situazione ed avevano aderito subito all'invito drammatico di mettersi a disposizione dei Comandi Militari per trasportare a spalla quanto occorreva agli uomini della prima linea . Arrivavano a destinazione col cuore in gola , stremate dalla disumana fatica , che diventava ancor più pesante d'inverno , quando affondavano nella neve fino alle ginocchia . Scaricavano il materiale , una sosta di pochi minuti per riposare , per portare agli alpini al fronte qualche notizia del paese e magari riconsegnare loro la biancheria fresca di bucato , portata giù a valle per essere lavata , nei giorni precedenti . Si incamminavano poi in discesa , per ritornare a casa , dove c'erano ad aspettarle i bambini , i vecchi , la cura della casa e della stalla .

All'alba del giorno dopo si ricominciava con un nuovo ‘ viaggio ’ .

Se vi trovate a passeggiare nella zona delle Alpi Retiche o Carniche , dove si svolsero le battaglie della prima guerra mondiale , se farete delle escursioni percorrendo suggestivi sentieri tra pini e abeti o seguirete semplicemente le piste forestali , se sarete capaci di ascoltare il soffio del vento , allora l’infinito silenzio di quelle montagne potrebbe ancora una volta essere squarciato dalle voci di quei soldati o dal lamento del loro capitano morente e se guarderete i fiori profumati di quelle montagne , ricordatevi che essi furono il solo omaggio ai poveri corpi di tanti alpini , morti lontano dalle loro mamme , fidanzate o mogli e sepolti tra queste montagne , con il perenne conforto del loro elmo , ricoperto dalla negra terra , e ricordatevi che tra gli alberi di queste nobili montagne aleggiano ancora le loro anime a cui fanno compagnia le strida dei falchi , il fragore dei ruscelli , il silenzio delle nevi e il vostro commosso pensiero .
Ricordatevi anche che qualche impervio sentiero fu percorso anche da quelle portatrici carniche che , con sforzo sovrumano e immenso amore e sacrificio , salivano questi monti , perché sentivano il loro cuore sussurrare : ‘ Anin , senò chei biadaz ai murin encje di fan ‘ , ovvero , ’ Andiamo , altrimenti quei poveretti muoiono anche di fame ’ .
Ricordiamo , in particolare , una di queste , Maria Plozner , alla quale , nel 1997 , il Presidente della Repubblica ha conferito ‘ motu proprio ‘ , la medaglia d'oro al valor militare alla memoria .
Era mamma di quattro figli in tenera età e sposa di un combattente sul fronte del Carso . Aveva solo 32 anni quando venne colpita a morte da un cecchino austriaco . Spirò la stessa notte nell'ospedale da campo .
Ebbe un funerale con gli onori militari , alla presenza di tutte le portatrici e fu seppellita a Paluzza .


Forse non è un caso che una straordinaria voce di donna abbia cantato in modo accorato quel canto alpino , perché non furono solo gli uomini gli unici eroi di quella guerra , ma lo furono anche le loro donne , con il loro umile e nascosto eroismo quotidiano .


lunedì 17 ottobre 2016

FABBRICA OCCUPATA


   olio su tela 50 x 70

Il quadro è stato dipinto nel 1974.L’idea dell’opera nasce dalle emozioni e dalle riflessioni successive all’ascolto del concerto di Giorgio Gaslini dallo stesso titolo.
Fra il pubblico quella sera, a Catania, c’erano quasi tutti i compagni del movimento degli studenti con cui in quegli anni avevo diviso speranze, lotte e delusioni. Vi erano anche alcuni professori universitari di “ sinistra” e altre poche persone non conosciute. 
Probabilmente appassionati di musica ed altri ancora.
Erano anni in cui, a partire dalla scuola, la lotta era arrivata nelle fabbriche con contenuti anti-autoritari ed egualitari; adesso, tuttavia, il Movimento aveva esaurito i suoi toni iniziali per assumere in molti casi un antagonismo irriducibile ed esasperato o subire un inesorabile riflusso. Molti di noi volevano continuare a vivere insieme il ritorno ad una dimensione “ privata”
secondo un contenuto politico. 
Nacque così un’esperienza di gruppo che ci permise di ragionare dei nostri stessi sentimenti, del senso del lavoro, della cultura e di tanto altro. “Fabbrica occupata” nasce in quel periodo e rappresenta la tensione forte, ideale ed ancora presente nell’animo, delle ragioni dell’opposizione e della lotta ad un sistema sociale ritenuto ingiusto nei confronti dei ceti popolari ed in generale dei sentimenti della “ persona.”
Il riferimento alla musica, espressione della bellezza e dello spettacolo appena visto, sta nel corpo centrale del quadro con la costruzione di una sintesi fra tre strumenti: chitarra, contrabbasso e pianoforte secondo l’ispirazione cubista presente soprattutto nei quadri di Braque e di Picasso.
L’utilizzazione degli spazi insieme ai fasci di luce e di colore si muove anch’essa ispirandosi alla lezione cubista.
Le forme della fabbrica stilizzata nelle ciminiere, negli ingranaggi e nel fumo, realizzato attraverso una moltitudine di sfere grigie, s’ispirano all’atmosfera, la tecnica e i colori presenti nei quadri di Lèger. La nota forse “pop” di stile moderno, quasi americano, è data dalla presenza del simbolo del divieto ( in questo caso un divieto di sosta) contro cui si esprime lo striscione con la scritta OCCUP( ata).
Che dire dell’uso dei colori? Ho parlato già del grigio; ma, gli altri colori utilizzati sono sempre, per me, espressione di una materia viva, forte e carnale, a stento indirizzata ed organizzata dalle strutture logiche .

CIAO , CIAO AMERICA


 

Mille bandiere gonfiate dal vento
Con i colori dell’arcobaleno
Ed i sorrisi  dipinti sui volti
Di tanti ragazzi baciati dal sole

Ciao , Ciao Bambina
Mi risuonano in testa  i versi
Di un melodico Modugno,
(canterebbe Carmen Consoli),
Mentre cammino emozionato
Gridando il mio no alla guerra

Ciao Ciao Bambina
Ed è mia figlia per la prima volta
Accanto  ai miei passi guerrieri,
Per le strade romane.

Risuonano accanto le grida  cattive
Di arabi    circondati da Occidente.
Trasportano a spalla un loro compagno
Che si finge morto!
Non c’è gioia nel loro no alla guerra.
Non è come il ballo di quei ragazzi
che sono passati prima,  a Colle Oppio
Ci portano il dolore  e la cattiveria della lotta.
Non c’è speranza , non c’è salvezza  nella guerra.
Non si fanno prigionieri !

Ciao Ciao Bambina
E leggo il saluto di un marine
Alla  figlia prima di partire.
Non te ne andare , papà !

Quante volte, America, dovrai sentire
La chitarra di Jimmy  suonare
Il tuo inno come rombo di aeroplani
Ed esplosione di bombe ?
Quante volte dovrà cadere nel vento
La risposta alle mie domande?
America orgogliosa  e dolente
Che piangi i morti delle  due torri
Oggi  sei la capitale del nostro mondo,
Ma mi fa paura  la tua paura.






venerdì 14 ottobre 2016

CAFE’ SOCIETY (2016)













C’inoltriamo senza pensarci troppo, coinvolti dalla calda fotografia e dalle musiche avvolgenti, all’interno dell’America degli anni trenta, guidati dalla voce del narratore.
Le atmosfere calde e vivaci di Hollywood e di New York sono abilmente differenziate dal colore della fotografia curata dall’italiano Vittorio Storaro, che ha scelto dei toni più chiari e netti per descrivere New York (a parte una splendida inquadratura di un tramonto aranciato) e quella quasi dorata, d’altri tempi, di Hollywood.
E poi, c’è l’America che tutti abbiamo immaginato, immersa in quei colori e con un sottofondo jazz che ci accompagna per tutta la durata del film.
Se pensiamo per un attimo che quell’America, che ci appare così vitale, sotto la guida di Roosevelt stava appena uscendo dalla “Grande Depressione” e la paragoniamo per un attimo alle contemporanee atmosfere europee, c’è da restare attoniti.
Ci avvince, nel film, quel farci sentire partecipi, quasi dentro le scene, in mezzo ai passanti o agli avventori del café, delle vicende dei nostri protagonisti.
Del delicato sentimento che li avvolge e che forse non li lascerà mai, anche quando la vita prenderà strade diverse e li accompagnerà verso altre persone o li farà diventare genitori.
Quel sentimento delicato ed avvolgente che nasce con la timidezza incredibilmente e contraddittoriamente sfrontata di Bobby (Jesse Eisenberg) e con la grazia dolce ed adorante di Vonnie (una stupenda Kristen Stewart) che accompagnerà i loro pensieri ed i loro sogni forse per tutta la vita.
Non credo che Allen potesse scegliere un modo migliore per chiudere il film se non con una semplice e delicata scena, quasi noncurante del sentimento che si leggeva negli occhi di Bobby,a cui faceva eco a distanza quello degli occhi di Vonnie.
Quasi a sottolineare la trascuratezza e la disattenzione della vita reale verso i sentimenti profondi, che spesso albergano e travagliano la nostra mente ed i nostri cuori.
Nessuna crudeltà in tutto questo, ma solo la triste, indifferente vita quotidiana.
Una vita che, citando una frase del film tipica della malinconica arguzia di Woody Allen, appare spesso come una “commedia scritta da un sadico che fa il commediografo”
Si potrebbe ancora parlare ed indagare sulle motivazioni che l’hanno spinto a realizzare questo film e perché in queste modalità; ma, credo che quanto già detto ci lasci intuire già tutto.
Allen ci sta vicino, con la sua voce fuori campo, e ci racconta e descrive i due protagonisti mentre li seguiamo muoversi indaffarati all’interno della realtà familiare e lavorativa d’ogni giorno, senza che la macchina da presa sposi più di tanto il loro punto di vista, se non nei rari momenti d’intimità necessari.

E’ l’America con i suoi grattacieli e le strade affollate, il jazz, i gangsters, il mondo del cinema ed i locali alla moda; sono Bobby, Vonnie e gli altri, sono i ricordi della famiglia ebrea, sono i sentimenti che albergano silenziosi nei nostri cuori e tutti noi spettatori insieme al regista i veri protagonisti del film 

giovedì 13 ottobre 2016

PER DARIO !



Dario Fo non è più fra di noi e gli auguro che, in questo momento, abbia avuto almeno la possibilità di ritrovare la sua amata Franca.
Chissà?
Lo ringrazio per il contributo che la sua personalità e la sua vita ci hanno regalato, costringendoci a misurarci su di un livello più alto di sensibilità e cultura, grazie  alle sue sollecitazioni provocatorie e non.
Personalmente, sono stato e sono spesso contrario alle sue affermazioni ed allo stesso modo di vedere la società nel suo complesso; ma, alcuni spaccati di realtà e la loro elaborazione artistica rimangono memorabili.
 Ha avuto una versatilità incredibile, spaziando  dal teatro  alla pittura,  dal componimento musicale  alla  televisione ecc.
 E’ stato un cantore della nostra storia e cultura, delle aspirazioni dei più umili, della contraddizione sempre presente nei confronti del potere costituito.
In questo, ho probabilmente, rispetto a lui, una visione profondamente diversa.
Ascoltandolo, ho avuto sempre la sensazione che la sua visione del potere assomigli a quella che tanti anni fa, nel periodo della “Contestazione”, definivamo come il “ Sistema”: una struttura d’interessi, di relazioni e di potere capace di tessere attorno a noi una rete intricata e condizionante tutti i nostri comportamenti.
Una rete ed un sistema di potere capaci anche di riscrivere la storia passata e condizionare il pensiero presente manipolando l’informazione, le coscienze e le idee della massa rendendola facilmente dominabile.
Questa è una visione che non mi appartiene più, pur avendola in parte condivisa tanti anni fa.
Credo, invece, che la realtà sia molto più contraddittoria e che la capacità di verifica e controllo anche della persona più umile sia una questione molto più complessa, vitale e capace di reazione e di verità immediata. Concetto sul quale fondo la mia estrema fiducia nella “democrazia”. Concetto che ho trovato anche, all’interno delle mie letture passate, nel pensiero di Mao Tse Tung e nella fiducia che lo stesso nutriva nei confronti del popolo e della sua capacità di valutare e giudicare le idee giuste. Il suo criterio di giudizio non era, infatti, aprioristico ma, al contrario, molto concreto quando affermava che la verità risiede in seno al popolo. Quando valutava il successo di una posizione politica e culturale fra la gente come l’unico indicatore della sua validità.
L’esatto contrario di una visione del popolo come massa amorfa controllata e manipolata.
E’ possibile ed è logico che ogni struttura di potere cerchi di condizionare le coscienze e la cultura di una società per poterne mantenere il controllo; ma, in qualche modo, deve riuscire a rispondere, anche mentendo, ai bisogni delle persone. A partire da quelli ogni persona ha la possibilità di prendere coscienza e valutare ciò che gli viene detto e offerto in maniera libera ed autonoma, creando le basi del cambiamento e del dissenso, quando è necessario.
Esiste quindi anche un potere della gente, della massa delle persone, del popolo  che condiziona con il suo  giudizio l’esigenza di successo e di consenso della classe dominante.
Probabilmente vi è un continuum fra queste diverse letture su cui ci si può incontrare e comprendere meglio la realtà che ci circonda, a patto di  essere disponibili ad ascoltarsi l’un l’altro.
Pur con la diversità di visione di cui ho parlato, ringrazio pertanto di nuovo Dario Fo per il suo impegno civile ed artistico e per la bellezza di ciò che ha espresso con la sua vita .




martedì 11 ottobre 2016

GLASSA DI ZUCCHERO O VELATA



Serve per coprire le paste, le cassate e quasi tutti i generi di pasticceria.
In un recipiente di alluminio, mettette la quantità  di cui avete bisogno ( ad esempio un chilo) di zucchero, bagnatelo con un bicchiere d’acqua, aggiungete un pochino di cremor  tartaro e mettete sul fuoco.
Quando avrà bollito per ca. 10 minuti verificate la cottura controllando che  tra i polpastrelli del pollice e dell’indice si formino tre o quattro filamenti.
Togliete dal fuoco, unite il succo di mezzo limone e versate sul marmo lasciando riposare finché non s'intiepidisce.
Quando sarà tiepido, si raccoglie con una paletta di ferro e si lavora molto fin quando non sarà “  cagliato” e cioè fin quando non diverrà una pasta bianchissima.
Questa, dapprima avrà la tendenza ad essere dura,ma coprendola  con un panno e lasciandola riposare un venti minuti, diverrà molle e pastosa.
Si prende  allora poca alla volta e si lavora” scanalandola” sul marmo  fino a quando diverrà malleabile e fine.
Si conserva quindi in un vaso pulito e si copre, tenendola a disposizione per i vari usi.
Se non si vuole utilizzare il marmo, si può mettere il recipiente  con lo zucchero bollito a cui è stato unito il succo di mezzo limone, dentro uno più grande, pieno per metà d’acqua, avendo cura che questa non venga a contatto con lo zucchero cotto.

Quando sarà tiepido, si lavora con un cucchiaino di ferro fino a quando non si cagli e diventi duro. Si copre e si lascia riposare per venti minuti.Poi, si scanala poco alla volta sul marmo e si conserva nel vaso come prima.

T.I.R. di Mario Basile

Ho il piacere di presentarvi  un racconto di un mio caro compagno del Liceo : Mario Basile

COMINCIA:



Conservo nell’intimo , come la memoria di una gradita carezza , il ricordo della verde stagione .
Finiti i compiti si correva in piazza con le tasche dei nostri pantaloncini di velluto rigonfie per le macchinine che attendevano di sfrecciare sul terreno . Il rombo delle rare vetture che passavano veniva coperto dalle nostre grida onomatopeiche che anticipavano il gioco .
Brrruuummm , brrruuummm , brrruuummm ...
Con il gessetto disegnavamo il circuito per terra . E la nostra fantasia ce lo faceva disegnare tortuoso . Al suo interno si tracciava ogni tanto un quadrato tagliato dalle  diagonali . Rappresentava un traguardo . Quando l’automobilina lo oltrepassa poteva anche uscire fuori dal bordo del circuito tanto che chi l’aveva lanciata poteva gridare felice a squarciagola : TAPPA ! TAPPA !

Presago del passato ho deviato dal mio percorso .
Anche in quella piccola città , in quel paese simile a quello della mia infanzia ho visto dei ragazzini con le ginocchia sbucciate per essere stati troppo tempo a terra .
Passo come uno straniero in mezzo a loro , ma nessuno ha capito che non lo sono .
Il mio cuore è vicino , anche se batte lontano , signore di un corpo esiliato e straniero .
Tutto mi si confonde . Quando credo di ricordare una cosa , penso ad altro e intanto vedo  in modo nitido quello che la mia memoria sventola come un ventaglio distratto .
Hanno delle vetturette sgangherate tra le mani . Sono modelli di macchine sportive , ma di scarso valore . Un bambino con i capelli biondi e arruffati se ne sta lì a guardare . Segue i movimenti delle  braccia dei suoi compagni . Urla con loro , ma avrebbe  una gran voglia di lanciare anche la sua  .

Forse mi sono attardato troppo . Ho sostato un’ora in quel piccolo paese attraversato da una strada larga . Ora devo affrettarmi a riprendere l’autostrada . Questo mio vecchio TIR non è adatto a percorrere una strada statale , ma guardando il volto di quel bambino non posso fare a meno di intenerirmi . Ho penetrato dentro la sua anima , dentro la sua voglia afflitta di amore .

Tutti siamo abituati a vedere noi stessi essenzialmente come delle realtà mentali , mentre vediamo gli altri come delle realtà fisiche . A causa dell’effetto che destiamo negli occhi degli altri abbiamo una vaga consapevolezza di noi stessi come delle realtà fisiche , ma soltanto nell’amore prendiamo veramente coscienza che noi abbiamo soprattutto un’anima , come l’hanno gli altri oltre l’involucro del corpo .

Mi reco al bar che è anche un piccolo bazaar . Compro in fretta la piccola Ferrari rossa . La metto tra le mani di quel bimbo . E fuggo via senza permettergli di ringraziarmi .

Il tempo ! Il passato ! Ciò che sono stato e non sarò mai più . Ciò che ho avuto e non riavrò ! I morti che mi hanno amato nella mia infanzia . I morti che ho seppellito nella mia maturità !

Dio mi ha creato per essere bambino . Forse non mi sono mantenuto sempre tale , ma ogni volta che vedo per la strada un bimbo che piange , un ragazzo esiliato dagli altri , mi fa più male il suo sprovveduto dolore della tristezza del mio cuore esausto .
Tedio del crepuscolo e della trascuratezza , stanchezza di aver dovuto vivere …
Ho avuto desideri , ma mi è stata negata la ragione di averli .
Non ricordo il volto di un figlio . Egli è morto quando aveva solo sei mesi .
Tutto quello che vi è di disperso e duro della mia sensibilità proviene dall’assenza di quel calore e dalla nostalgia inutile dei baci che non ricordo .
Che altro sarei se avessi potuto godere di più di quella tenerezza che dalle viscere saliva ai baci sul volto di un bambino !
Adesso non vedo l’ora di tornare a casa , di ritornare a sedermi in poltrona accanto a quella donna che ha seppellito anch’essa nella tomba la sua maternità e che mi attende ancora nella vecchia poltrona accanto al fuoco . Da quanti anni la conosco ? Era una bambina quando mi vedeva sudare tutto trafelato in piazza . Si affacciava dal  balcone e rideva . Rivedo quella  piazza , quel circuito bianco disegnato sulla piazza scura e quella fanciulla che mi guardava dalla finestra e che non sapeva che un giorno avrebbe unito la sua vita alla mia , che mi avrebbe aspettato in silenzio pazientemente , convivendo con la sofferenza che scaturisce sempre dall’ansia delle lunghe attese .
Chissà se in questo momento riesce a percepire questi pensieri che mi invadono …
Non avrei mai potuto immaginare che lei avrebbe avuto la pazienza di attendere silenziosa il ritorno di un uomo che per vivere fa il camionista .
Eppure venivo da terre prodigiose , dai paesaggi più belli della mia vita , ma non ho parlato di quelle terre se non a me stesso , ma l’amore forse ne ha percepito i bagliori segreti .

Piove da due ore e dal cielo grigio e freddo cade un’acqua di un colore che fa male all’anima .
Questo sarà il mio ultimo lungo tragitto . Dopo andrò in pensione . Tornerò a riposare nella mia casa senza figli e senza la dolce invasione dei nipoti . Non dovevo partire per questo viaggio , ma ho sostituito Giacomo Bianchi che stava male e che adesso sta in un letto caldo , al caldo, con un’aspirina in bocca .

A questo mondo viviamo tutti passeggeri di una nave salpata da un posto ignoto che forse piano piano riusciamo a distinguere quando ci avviciniamo al porto ignoto che sarà la nostra destinazione finale .
Come inquilino della nave vedo in quel bambino che ho appena lasciato quello che fui e provo per quel piccolo passeggero una tenerezza che provai forse solo per quel minuscolo essere che ebbi un giorno tra le braccia .

Colui che io conosco come nessun altro conosce non avrà più strade da percorrere , ma solo un porto da raggiungere . La sua amata Itaca , la sua dolce  Penelope che in tante  sere ha disfatto la tela , attendendo il suo tardo rientro nella notte , mentre io sostituivo allo scenario antico sogni creati tra giochi e slanci , tra bionde luci e musiche invisibili .

Tutti noi viviamo distanti e anonimi , dissimulati , soffriamo da sconosciuti , nella dolorosa costanza e quotidianità della vita , ma io ho una specie di dovere di immaginare un’altra realtà , perché , non essendo altro , né volendo essere altro che uno spettatore di me stesso , devo avere il migliore spettacolo che posso . Così mi costruisco pensieri di oro e di seta nelle sale immaginarie di un palcoscenico vuoto .

Se la nostra vita potesse essere un eterno stare alla finestra , se potessimo rimanere così, come un fumo immobile , sempre , sempre con il medesimo momento dell’imbrunire che addolora la curva dei monti . Se si potesse restare così a guardare , a ricordare , a sognare oltre il tempo !

Giro l’angolo e imbocco un’altra strada . Solo allora mi accorgo che oltre ai lampioni , che si stanno accendendo nel tramonto rosa , c’è qualcos’altro nella strada : un bagliore di luna che si va offuscando , vago , occulto , muto , pieno di nulla e di tutto , come la vita …
Guarda come sta scurendo !
Ho chiesto alla vita soltanto che non mi togliesse il sole e adesso vedo una luce rosa e grigia .
Un accecante bagliore illumina d’un tratto la mia ombra …

Non sento più il volante …

Un filo lento di fumo si alza e si disperde in lontananza come chi , dopo aver respirato fitto ,  interrompe d’un tratto la sua corsa , trascinandosi in  un battere alto di passi brevi svelando il passato e il domani del mondo ed il mistero di entrambi …

In un altro punto delle coordinate spazio-temporali un lontano bambino fa sfrecciare la sua piccola Ferrari che esce vincente dal circuito disegnato per terra  …
TAPPA ! TAPPA ! …
E’ il suo ultimo grido felice prima del tramonto ...

FINISCE

AGGIUNGO IL VIDEO CON LA CANZONE TIR  CANTATA DA MINA CHE E' STATA 
D' ISPIRAZIONE AL RACCONTO